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lunedì 9 maggio 2016

Appunti per un sistema di trasmissione del Parkour, Parte 2/3

2. Il problema del Come

"Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco". Confucio

Appunti preliminari (un po’ caotici) sull’Apprendimento
Secondo la classica definizione degli psicologi americani E. Hilgard e G. Bower (1966), l’apprendimento è il processo mediante il quale “si origina o si modifica un’attività reagendo a una situazione incontrata”, senza che tale attività sia originata da “risposte innate” o da “stati temporanei dell’organismo”. In altri termini, apprendere significa creare o modificare un comportamento in modo stabile e durevole (quindi non temporaneo), partendo da stimoli acquisiti dall’esterno (quindi non innati). L'apprendimento è un cambiamento interno (si veda anche Bateson che approfondisce: il cambiamento è un processo che può a sua volta cambiare.. si originano così i 4 livelli di apprendimento). Di che cosa?
Per rispondere occorre una teoria. Quale scegliere? Dalla teoria delle competenze otteniamo tre categorie: sapere, saper fare e saper essere. Nel quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (EQF), vengono usate queste tre categorie analoghe.
  1. Conoscenze”: indicano il risultato dell’assimilazione di informazioni attraverso l’apprendimento. Le conoscenze sono l’insieme di fatti, principi, teorie e pratiche, relative a un settore di studio o di lavoro; le conoscenze sono descritte come teoriche e/o pratiche.
  2. Abilità”: indicano le capacità di applicare conoscenze e di usare know-how per portare a termine compiti e risolvere problemi; le abilità sono descritte come cognitive (uso del pensiero logico, intuitivo e creativo) e pratiche (che implicano l’abilità manuale e l’uso di metodi, materiali, strumenti).
  3. Competenze”: indicano la comprovata capacità di usare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale; le competenze sono descritte in termini di responsabilità e autonomia.
Il cambiamento può quindi avvenire a diverse “profondità” e più è superficiale, più è facile che avvenga. È più facile modificare le conoscenze, basta trasmetterne di nuove. Tuttavia ci sono diversi aspetti negativi del concentrarsi troppo sulle conoscenze: innanzitutto sono meno spendibili nella vita, meno utili. Inoltre c’è il rischio di una collusione inconscia tra docente e discente sulla apparente certezza rassicurante delle conoscenze e sul carattere coesivo per il gruppo delle stesse. Infine questa trasmissione tende a mantenere la dipendenza di chi non sa da chi sa e anche ad irrigidire gli schemi appresi, interiorizzati come corretti ed immutabili. Elliot Jaques, padre di questa teoria, si spinge oltre descrivendo la creatività come la capacità di lavorare e risolvere problemi. Gli psicologi attribuiscono alla creatività “il pensiero divergente” e alla trasmissione di conoscenze “il pensiero convergente”. Mentre quest’ultimo privilegia la certezza, il primo privilegia il rischio.
Per un apprendimento non superficiale (non nozionistico), occorre che il meme abbia un significato sia cognitivo che emozionale, perché solo con l'emozione si ottiene l’interiorizzazione. Lo stesso Jaques, a tal proposito, spiega come le emozioni negative giochino un ruolo chiave nell'apprendimento, perchè sono forti ed educano all’incertezza (qualche analogia con il concetto di Zona di Comfort?). Per lavorare sulle abilità e sulle competenze bisogna quindi suscitare anche delle emozioni. Come si fa?
L'emozione è suscitata dall'esperienza diretta di una relazione interpersonale o con l'ambiente fisico (Dewey, Jaques). Senza esperienza non c'è emozione ed è possibile solo un apprendimento cognitivo (con il rischio di confondere il concetto con la realtà, Jaques). Con le sole conoscenze si posseggono rappresentazioni mentali più o meno adeguate ma non si possiede il loro valore/significato. Per Lindeman "la formazione degli adulti è un processo attraverso il quale i discenti prendono coscienza del significato delle loro esperienze. Questo riconoscimento di senso porta alla capacità di valutazione. Un'esperienza acquisita significa sapere che cosa è accaduto e quale rilevanza quel particolare evento presenta per la nostra personalità”.
E’ importante notare che gli adulti possiedono già un bagaglio di vissuti, di conoscenze empiriche, che sono il materiale su cui ognuno esercita la riflessione (considerazione attiva, persistente e attenta di qualunque forma di conoscenza, alla luce dei fondamenti che la supportano e dell'ulteriore conclusione a cui tende. Dewey 1933). Le esperienze non compiute possono essere sperimentate ex novo attraverso simulazioni o esercizi. Ed è decisivo che all'esperienza segua la riflessione (anche guidata).
L'apprendimento dall'esperienza accompagnato, ad esempio, all'uso del ciclo di Kolb (con feedback e riflessioni personali), alle esperienze simulate e al lavoro collaborativo di gruppo, tende a rendere autonomi i discenti. Non solo, abitua al lavoro creativo (che è massicciamente connesso alla gestione dell’incertezza, vedi Jaques) e suggerisce l'importanza del LifeLong Learning. Organizzare e guidare queste esperienze è ciò che chiamiamo coaching.

Il Coaching
Il coach è un facilitatore dell’apprendimento (Downey 1999). Abbiamo accettato che l’apprendimento è un cambiamento. Ne consegue che il coach dovrebbe essere un facilitatore del cambiamento.
Agevolare un cambiamento, si, ma in quale direzione? La direzione è la cosa più delicata. Credo che essa debba essere attentamente scelta, in uno spettro di possibilità (che un buon coach imposta per deontologia professionale), concertandola con bisogni/aspettative del coachee (il quale il più delle volte non deve nemmeno essere consapevole di questo processo). Questa è la grossa responsabilità del coach: decidere in quale direzione applicare quella leggera spinta che agevola un cambiamento.
Applicare grande sensibilità e cautela: bisogna cercare di districarsi tra i possibili obiettivi a breve, medio e lungo termine di ogni singolo coachee e alla fine, a mio avviso, rivolgersi soprattutto agli obiettivi a lungo termine.
Una delle possibilità per toglierci, almeno parzialmente, da questo impiccio è di educare a capire la struttura del problema, piuttosto che fornire tecniche per risolverlo (si veda il problema del barometro di Rutherford). Troppo spesso, infatti, l’insegnamento viene portato avanti in una direzione prestabilita dall’istruttore e attraverso delle conoscenze statiche. In questo modo, alla fine del processo, lo studente avrà in mano un pugno di sabbia ma sarà convinto di essersi dotato di strumenti per far fronte a situazioni reali.
Il pugno di sabbia è, ad esempio, ciò che penso della maggior parte dei corsi di difesa personale cui ho assistito o partecipato. Si cerca senza successo di trasmettere tecniche perchè quelle tecniche hanno il valore di tranquillizzare ed illudere chi le impara; sarebbe molto più frustrante intraprendere il percorso complesso che porta all’emergenza di abilità che permettono davvero di far fronte ad un’aggressione. Il problema è la totale impreparazione al movimento che è la base per agire con creatività, prontezza ed adattabilità: siamo tornati alla differenza tra conoscenza e abilità.
Alcune scappatoie sono: esercitare skills generiche (via via più specifiche), attaccare la struttura del problema piuttosto che una situazione specifica, usare più i principi che le tecniche (si veda ad esempio la ricerca di Rootlessroot con il progetto FightingMonkey). La danza improvvisata e la Capoeira ci forniscono, invece, degli esempi positivi: fin da subito lavorano sulla struttura più che sulla tecnica e applicano incessantemente in situazioni meno simulate.

Stili di coaching
Come aggirare questo problema? Cercando di integrare diversi stili di coaching, spingendo verso una pratica più autodiretta. Recentemente Marcello Palozzo ha trattato questo tema per il team ci coaches di ParkourWave, ne riporto qui sotto una sintesi. Più in alto si trovano stili più eterodiretti, più improntati all’imitazione, via via che si scende ci si sposta verso stili più autodiretti ed improntati sulla produzione.
  • Comando: vengono fornite dettagliate indicazioni su come eseguire un compito, il coach supervisione tutte le fasi
  • Pratica: il coach assegna ad un piccolo gruppo uno o più compiti che vengono svolti in autonomia
  • Reciproco: lavoro con un partner, ci si corregge reciprocamente
  • Autoverifica: il coach stabilisce dei criteri che i coachee possono usare per autovalutarsi
  • Inclusione: esercizio pensato per permettere a ciascun coachee di lavorare con il gruppo al grado di difficoltà che sente come appropriato
  • Scoperta guidata: metodo inquisitorio, il gruppo viene portato a scoprire un concetto mediante domande poste dal coach
  • Scoperta convergente e divergente: sempre attraverso delle domande si auspica un’unica soluzione ad un problema o una ampia gamma di possibilità
  • Autoinsegnamento: i coachee scelgono tutti i criteri di gestione dell’allenamento
  • Esplorazione libera: esplorazione diretta dell’ambiente senza vincoli
Credo sia opportuno ragionare su come questi stili siano strumenti diversi, non c’è uno stile giusto ed uno sbagliato, piuttosto ci sono scenari che rispondono più o meno efficacemente ad uno specifico stile.

Ricapitolando
Almeno in questo momento storico, da un coach di Parkour ci si aspetta anche (che sia giusto o no, non è pertinente a questa discussione) che sia un allenatore: che aiuti cioè gli allenati a mantenersi in forma e a migliorare le loro qualità condizionali. Ma per quanto riguarda questo argomento possiamo tranquillamente rifarci all’ampia (anche se non certo completa) letteratura di Scienze Motorie.
Per quanto riguarda il coaching, invece.. Il coaching nel Parkour consiste nello scegliere quali stimoli fornire, a quale praticante, in quale modo, in quale momento. Semplice no?

venerdì 19 febbraio 2016

Appunti per un sistema di trasmissione del Parkour, Parte 1/3

Nota iniziale: periodaccio per la comunità di ADD/Parkour/Freerun, eh? Il clima sembra un po' avvelenato. Ma proviamo a riportare la discussione sulla pratica e sull'insegnamento, piuttosto che lasciarla vagare sulla filosofia politica. Si, lo so.. pubblicare qualcosa di questo tipo equivale a immergere le chiappe in una vasca di piranha, ma questi appunti stanno nel mio drive da alcuni anni, è il caso di sbarazzarsene.. :)

Appunti per un sistema di trasmissione del Parkour Parte 1/3

Un Maestro di Aikido mi ha detto, una volta, che è molto difficile ricordarsi tutte le tecniche stipate nei kata. Risulta quindi quasi impossibile rispondere ad un attacco con la tecnica che sarebbe formalmente più corretta. Dall’imbarazzo ci si salva con i principi.
Conoscere bene i principi base dell’Aikido permette di applicare una tecnica appropriata, scelta attraverso un “ragionamento” piuttosto che dettata da un rapporto univoco memorizzato in precedenza. Nella pratica del parkour questo problema non si pone: le tecniche tra cui scegliere sono poche.
Le cose cambiano se ci spostiamo nell’ambito del suo insegnamento. Un coach è chiamato a rispondere alle esigenze (in realtà ad anticiparle) dei discenti con esercizi specifici. Allora si che sarà difficile avere un esercizio codificato per sottolineare l’importanza di ogni dettaglio della disciplina. Un elenco potrebbe essere fatto, si. E credo che ogni coach abbia, nella sua agenda, un elenco di esercizi frutto degli anni di esperienza da studente e da insegnante. Ma ben più arduo sarebbe fare un elenco di tutti i dettagli che contano. Effettivamente ci ho provato numerose volte, e il risultato non mi ha mai soddisfatto pienamente.
Dunque, forse, è più utile iniziare un processo di sintesi piuttosto che procedere con un lavoro compilativo che, per la natura stessa del parkour, rimarrebbe eternamente incompleto.
La domanda cui cerco risposta è questa: come si agevola lo sviluppo di quell’amalgama di sensazioni, abilità, competenze e adattamenti che rendono una persona un praticante di parkour, nel senso più completo del termine?
A questo punto, per semplicità, dividerò due categorie: il Come dal Cosa. Del Come fa parte tutta la questione del metodo di insegmaneto; il Cosa riguarda più il “programma”, le materie trattate. Lungi da me l’idea che una separazione netta possa essere operata tra queste due categorie, ma per affrontare problemi complessi bisogna provare a scomporli in problemi più semplici.

1. Il problema del Cosa

Se un insegnante non può insegnare tutte le materie, perché gli studenti devono studiarle tutte? (Anonimo)

La mia mente funziona per immagini e così, negli anni, ho sempre preferito disegnare dei grafici, prima di scrivere. Penso che l’immagine renda in maniera molto più immediata lo sviluppo delle relazioni tra i concetti.
Uso la ormai arcinota metafora dell’iceberg: fuori dall’acqua si vede solo una piccola parte, il resto è nascosto sotto. Nel Parkour la parte scoperta è quella percepibile in qualsiasi video sulla rete. Il fatto che sia visibile e nota non deve portarci a pensare che sia poco importante, tuttavia non dobbiamo nemmeno pensare che sia tutto lì.

La parte visibile
Della parte “visibile” fanno parte i Trucchi, le Tecniche e gli Attributi.
Quelli che ho chiamato Trucchi altro non sono che dettagli utili che l’esperienza fa emergere o il passaparola diffonde (ad esempio l’uso della gamba nel climbup, i piccoli movimenti dei piedi nel salto di precisione, l’inclinazione del bacino nel volo dopo uno swing).
Le Tecniche sono l’insieme più o meno codificato dei movimenti propri di noi esseri umani. Possono essere organizzate gerarchicamente in insiemi via via più specifici; c’è chi sostiene che non si possa davvero isolare una tecnica da un’altra; c’è chi è legato ad una forma di nomenclatura piuttosto che ad un altra. Il “problema” della sistematica delle tecniche del Parkour mi pare ricalcare il problema della sistematica degli esseri viventi. E da lì mi giunge un aiuto: la sistematica è un costrutto, rende conto di differenze naturali che occorrono nella maggior parte dei casi ma non è un ente reale, solo utile. Stesso vale per il Parkour: dividere, organizzare e dare nomi va bene perchè è utile a noi, basta che non ci dimentichiamo che la mappa non è, per quanto precisa, reale; solo il territorio lo è. In futuro assisteremo sicuramente ad una trattazione via via più specifica della biomeccanica specifica dei movimenti del parkour, è inevitabile (e anche positivo). Questo approccio biomeccanico chiarirà ulteriormente la corretta esecuzione di una tecnica e ne svelerà i trucchi.  
Per quanto riguarda gli Attributi.. qui, per riprendere la metafora dell’iceberg, comincia a salire l’acqua. Spesso sono parzialmente sommersi semplicemente perchè è più ostico notarli. Gli attributi descrivono e connotano un movimento o un praticante. Alcuni esempi sono la rapidità, il silenzio, la potenza, la prontezza, la consistenza, la coordinazione, l’eleganza. Tra questi annovero anche resistenza e resilienza. L’elenco è volutamente parziale, ogni praticante potrà compilare l’elenco che risponde meglio alle sue necessità o osservazioni.
Allenare, sviluppare, insegnare queste “aree emerse” non è facile, ma tanto è stato già scritto nelle scienze motorie (e tanto ancora sarà scritto in futuro da specialisti che arriveranno). Mi preme solo di sottolineare la maggiore importanza degli attributi sulle tecniche e di queste ultime sui trucchi. Rapido ma transitorio è l’apprendimento di chi inverte questa gerarchia, andando a scovare subito i trucchi per portare a termine un problema. Credo l’abbia detto Yoda.

La parte non visibile
La parte non visibile giace sotto la piramide emersa. Qui si annidano gli elementi che rendono giustamente il parkour una disciplina a sè, non ascrivibile ad una bastardizzazione della ginnastica artistica. Il tentativo di sintesi è avvenuto soprattutto a questo livello: quali caratteristiche sono irrinunciabili, pena la perdita di una parte caratterizzante il parkour? E quali concetti, invece, sono riconducibili a principi più generali e quindi non necessitano di tanta attenzione? Ovviamente la scelta è ardua, soggettiva e temporanea. E lo dico sul serio! Andando a riguardare gli appunti presi negli anni noto tanti concetti ricorrenti, ma quanto alla loro organizzazione... solo confusiuone.
Il mio punto di partenza sono stati “i tre pilastri” del parkour, così come sono stati identificati da alcuni esperti praticanti intorno al 2010. La Forza, il Tocco e lo Spirito sono tre vasti insiemi che dovrebbero racchiudere tutti i concetti cari alla disciplina.
Sarà dovuto all’eleganza del ragionamento o alla forza inconscia del simbolo, ma la concettualizzazione in 3 insiemi intersecanti ricorre. Nelle scienze motorie i tre insiemi delle qualità di un atleta: qualità condizionali, coordinative e psicologiche. Nel Judo shin (lo spirito), gi (la tecnica) e tai (il corpo). E la lista delle ricorrenze potrebbe continuare, interessante.. Ma torniamo a noi.
La Forza comprende due concetti importanti: la Forza Fisica (intesa come insieme delle qualità condizionali) necessaria per sostenere la performance e la Forza Mentale necessaria per affrontare ogni allenamento (solo?) diligentemente.
Il Tocco indica la sensibilità al movimento (intesa come insieme delle qualità coordinative), entrano in questo insieme concetti fondamentali come il Flow (uso efficace dei gruppi muscolari, economia del movimento) e l’Armonia (precezione intuitiva di quando un movimento o un gruppo di movimenti sono “giusti” o “sbagliati” rispetto ad altri movimenti o all’ambiente).
Nello Spirito si collocano le qualità psicologiche che la pratica del parkour dovrebbe aiutare a costruire come il Focus, la Determinazione e l’Umiltà.
La mia sintesi ha arbitrariamente postulato un' assioma nell’intersezione centrale dei tre cerchi e ha poi identificato 3 principi cardine nelle tre intersezioni periferiche. Questi quattro concetti dovrebbero servire da anello di congiunzione tra il cosa ed il come, ma anche tra i 3 cerchi ed il triangolo. Sono i princìpi che dovrebbero ricapitolare tutte le cose importanti da fare.

L’assioma dell’Aretè
Assioma perchè è il punto di partenza non negoziabile, va accettato o rifiutato, non si può dimostrarne la bontà. Cos’è l’Aretè lo lascio dire ad un tale di nome Kitto, mi pare fosse uno professore di letteratura greca classica. La citazione viene dallo splendido libro “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Pirsig.

“What moves the Greek warrior to deeds of heroism,” Kitto comments, “is not a sense of duty as we understand it... duty towards others: it is rather duty towards himself. He strives after that which we translate “virtue” but is in Greek areté, “excellence” - we shall have much to say about areté. It runs through Greek life.” [...]
Kitto had more to say about this areté of the ancient Greeks. “When we meet areté in Plato,” he said, “we translate it “virtue” and consequently miss all the flavour of it. “Virtue”, at least in modern English, is almost entirely a moral word; areté, on the other hand, is used indifferently in all the categories, and simply means excellence.
Thus the hero of the Odyssey is a great fighter, a wily schemer, a ready speaker, a man of stout heart and broad wisdom who knows that he must endure without too much complaining what the gods send; and he can both build and sail a boat, drive a furrow as straight as anyone, beat a young braggart at throwing the discus, challenge the Pheacian youth at boxing, wrestling or running; flay, skin, cut up and cook an ox, and be moved to tears by a song. He is in fact an excellent all-rounder; he has surpassing areté.
Areté implies a respect for the wholeness or oneness of life, and a consequent dislike of specialization. It implies a contempt for efficiency... or rather a much higher idea of efficiency, an efficiency which exists not in one department of life but in life itself.”

Il principio della Sfida
In principio c’era un gioco, e il gioco era una sfida.
Questo principio suggerisce al praticante l’utilizzo della sfida, appunto, come strumento per la crescita. Attraverso la sfida si riflette sui propri limiti, sulla sincerità, sull’autodisciplina, sulla generosità, sulla cooperazione. Attraverso la Sfida si può forgiare la propria Armatura Corporea. Il praticante si tempra con la Sfida, che è più un Come che un Cosa.

Il principio dell’Esplorazione
Esplorare significa ascoltare la propria curiosità, attraversare l’ambiente e scoprirlo, esporsi all’incertezza, avere la forza di fare ciò che vogliamo, ignorando le costrizioni sociali. Dall’esplorazione sboccia la creatività vera, che non è imitazione ma libertà di pensiero fuori dai vincoli: si può esplorare il fuori e anche il dentro, si possono sperimentare tutti i modi di muovere il proprio corpo. Anche la Visione Laterale si sviluppa con l’esplorazione in tutte le sue forme. L’esplorazione stimola a continuare la ricerca.

Il principio dell’Adattabilità
L’adattabilità è un grande contenitore, elastico. Dentro si trova il concetto della Parkour Defence (le tecniche di recupero da un errore), ma anche la constatazione che le tecniche vanno adattate al contesto, rese morbide: la natura è maestra qui.
Ma c’è anche un altro tipo di adattabilità, che è quella alle circostanze esterne più generali, ai vincoli. Essere in grado di rinunciare ai comfort (necessità?), essere efficaci anche sotto la pioggia o con le “scarpe sbagliate”, poter fare a meno delle cose che ci legano.


Tenendo bene a mente l’assioma e i princìpi, imparando ad allenare le qualità condizionali e osservando attentamente gli attributi, credo che abbiamo radunato tutti gli ingredianti necessari. Ma come servirli?

domenica 8 settembre 2013

Foglio Spiralstone


Ecco la versione digitale del foglio consegnato a tutti i partecipanti all'evento SpiralStone, tenutosi a Valbondione il 29-30 Giugno 2013. Posto qui per chi non avesse partecipato, ed in generale come memoria. Credo che chi ha avuto la possibilità di partecipare all'evento abbia potuto sentire le cose che abbiamo scritto (e molte altre, più nascoste) sulla pelle. Alla ricerca del miglior Parkour possibile..





CHI SIAMO:
ParkourWave è nato come un piccolo gruppo di praticanti italiani che decide di insegnare e tramandare il parkour cosi come lo hanno appreso, allenato e amato, nel solco dei fondatori francesi e della prima generazione di Lisses. Fin da 02subito decidono di affrontare internamente ed esternamente la formazione e l'acquisizione di competenze per affrontare con la migliore qualità questa attività. Diventa una associazione sportiva nel 2012 e tramite i corsi e workshop conta circa 150 soci nel nord italia. Oltre al parkour punta fin da subito sul metodo JungleWave, una fusione tra il sistema parkour e il Metodo Hebertiano, con cui arrichisce la sua proposta formativa.

COS'E' IL PARKOUR PER NOI:
Parkour è un metodo di allenamento, una disciplina sportiva che attraverso lo spostamento nell'ambiente prepara fisicamente e mentalmente il praticante. Ricerca il confronto profondo tra se stessi e l'ambiente circostante, svelando i propri limiti e mettendoci nelle condizioni di affrontarli e superarli. Come ogni percorso il parkour è esplorazione di se stessi e dei luoghi che si affrontano, una ricerca costante di miglioramento e di libertà di muoversi senza limitazioni. Regala una costante ricerca di avventura senza allontanarsi da casa, pur preparandoci ad esplorazioni anche in terreno sconosciuto e non civilizzato. E' una via di crescita senza scuse e senza giustificazioni dove ognuno puo' trovare il suo motivo per praticare, alla ricerca di una migliore armonia corpo-mente, liberandosi di eccesso di razionalità e paure e ritrovando un po' di spirito selvaggio e cuore forte.

LE COMPETIZIONI:
In Italia e nel mondo le discussioni aperte sul tema della competizione nel parkour sono molte e controverse. Troppo spesso viene affrontato questo tema con leggerezza o in maniera confusa. Non solo è delicato ma qualunque discussione si intraprenda a riguardo avviene nel caos dei media e dei social network. 
Noi crediamo che l'introduzione nel mondo del parkour di eventi competitivi come gare o contest possa portare più male che bene.
Forse per chi ha cominciato a praticare da poco è difficile vedere questo problema, abituati come siamo al moderno concetto di sport, legato a doppiofilo alla competizione e alla "gara". Tuttavia chi si avvicina al parkour ne apprezza il fine che si pone: il benessere psicofisico del praticante; la riscoperta di valori forti come la forza di volontà, il coraggio, il rispetto per se stessi e per gli altri, l’autocontrollo, l’umiltà e la capacità di autocritica. Ognuno concorre alla realizzazione di obiettivi strettamente intimi e personali. Ogni singolo individuo cerca di affermare la sua irripetibilità come praticante, di plasmarsi e prendere forma, per essere il meglio di ciò che lui stesso può essere. 
Le competizioni di parkour non sono nate perchè i praticanti le hanno organizzate, dal basso; sono state calate dall'alto da parte di grandi sponsor, con il fine di farsi pubblicità.
Abbiamo assistito all'organizzazione del redbuM art of motion, del barcOLcard world freerun championships, dell'EmPtYv ultimate parkour challenge. I grandi finanziatori hanno rovesciato soldi su società che organizzano eventi, queste hanno pagato pochi spiccioli a una manciata di validi (sprovveduti? venduti?) atleti che i media hanno letteralmente sbranato. Qualcuno osa dire che la sponsorizzazione ha portato qualche beneficio alla disciplina? Qual è stato il fine di tali manifestazioni? chi ne ha beneficiato? e chi ci ha rimesso?
I contest che sono ora organizzati "dal basso" (in realtà sarebbe meglio dire "dal mezzo") sono solo delle imitazioni delle grandi manifestazioni, con lo scopo, il più delle volte, di attirare i soldi dei grandi sponsor. Ingolosiscono con premi in denaro, promettono grande visibilità e gli sponsor le alimentano. Chi vi partecipa per quale motivo lo fa? per il piacere della condivisione? per migliorare? se così fosse perché non si ragiona su quali sono le forme più efficienti per il raggiungimento di questi obiettivi? e perchè non si ragiona dall'esterno, dal punto di vista degli spettatori? loro cosa ci guadagnano dall'essere testimoni passivi di evoluzioni ultraumane? e cosa perdono?
Queste gare finiscono per premiare la spettacolarizzazione e l'esibizionismo. I media sono attratti dal grande potenziale visivo e a loro volta alimentano questi eventi. Ma lo spingere il proprio limite pressati dalla telecamera, dallo speaker o dagli spettatori non è una qualità di rischio decisamente diversa da quella che tutti noi praticanti conosciamo? Sarà un caso che molti dei peggiori infortuni si sono verificati proprio nella cornice di questi eventi? quanti anni dovranno passare prima che si accumulino dati sufficienti a dimostrare quanto i tassi e la gravità degli infortuni cambiano passando dalla "pratica del parkour" alla "gara di parkour"?
Sostituire il fine della pratica cambia forzatamente il mezzo utilizzato, cioè l'allenamento. Se il salto più spettacolare vince, mi allenerò sui tappeti elastici, ripetendo il salto triplo fino a che il corpo non lo assorbe. Ma il parkour senza il buio, la pioggia, la polvere, il duro e lo scivoloso.. questo parkour sarà ancora la disciplina che vorremo praticare? Non vorremo tornare a rompere un salto protetti soltanto dalla nostra preparazione e saggezza?
È vero che la competizione non è un male assoluto. Nello sport è spesso una forza positiva, se debitamente canalizzata. Negli allenamenti di parkour è un'energia grezza che può essere utilizzata - soprattutto all'inizio e con grande cautela - per smuovere le acque, per riportare alla luce il proprio spirito guerriero o istinto animale. Ma quando una pratica viene distorta per essere inserita a forza in una cornice competitiva al solo scopo di arricchire chi organizza o trasmette tali eventi, allora non c'è compromesso.
Crediamo che al momento la nostra disciplina sia ancora troppo giovane. La didattica e la formazione sono ancora in via di sviluppo e ci sono diversi fraintendimenti anche tra i praticanti stessi. La diffusione di gare e contest rischia di compromettere, agli occhi di tanti potenziali praticanti, la visione del parkour e dei suoi potenziali benefici. Pertanto riteniamo che qualunque apertura alla competizione organizzata sia prematura e rischiosa.

SUPER NATURAL TRAINING (SNT):
Fino ad ora abbiamo approfondito quali aspetti negativi traspaiono dalle gare. Se queste ultime, però, hanno mantenuto un così grande impatto sulle persone è evidente che al loro interno mantengono anche delle tematiche costruttive: due sono quelle che abbiamo individuato. La prima è che la prospettiva della gara mantiene alta la motivazione dell'atleta, il quale vede in essa un fine, un obiettivo per il suo allenamento. La seconda è che tramite questi eventi viene innalzato il livello della singola specialità sportiva, permettendo ai partecipanti di confrontarsi con gli altri, prendere coscienza del loro livello ed essere spronati a dare il meglio. 
Non volendo ricadere in una spirale di critiche sterili, abbiamo pensato ad una soluzione che possa conciliare la tensione dell'uomo a misurarsi, senza lasciare che l'agonismo e i ricchi investitori snaturino la nostra disciplina. 
L'idea del Super Natural Training, non certo rivoluzionaria nel contenuto, è di suggerire periodicamente sfide di condizionamento o tecnica. Il concetto di sfida, infatti, si presta a mantenere viva la motivazione dei praticanti. Al contempo, la condivisione degli stessi obiettivi offre l'opportunità per faticare insieme e confrontarsi, lasciando la possibilità a chiunque di affrontare l'allenamento dando il proprio massimo, qualunque esso sia.
Questo progetto nasce soprattutto per garantire allenamenti collettivi tra le varie sedi di Parkourwave, penalizzate dalla distanza geografica. I Super Allenamenti Naturali rappresenteranno per noi Wavers, e per chiunque voglia, un metodo per condividere prove impegnative e cercare di muoverci verso un miglioramento comune.
Riusciremo a dimostrare che la sola pratica, la tensione all'automiglioramento e all'esplorazione dei propri limiti sono motivi sufficienti per aggregare una comunità e per mantenere viva la motivazione? E a dimostrare che essere forti significa anche guardare lontano e non accettare proprio tutte le condizioni che il sistema sociale, politico ed economico in cui siamo immersi tende ad imporci?

Perseverare come onde nella pratica e nella divulgazione della disciplina in tutti i suoi aspetti, anche quelli nascosti.

giovedì 16 settembre 2010

Via un po' di sassi dalle scarpe..

  • Perchè sto attivando dei corsi, dopo che per anni ho criticato i corsi di parkour?
La scena del parkour in Italia esiste solo da 6 anni, da quando cioè, il primo workshop di parkour è stato fatto (2005, ). Da subito corsi di parkour sono sbucati in tutta Italia, alcuni addirittura rilasciavano certificati per l'insegnamento e altre patacche. Di fatto chi insegnava parkour aveva alle spalle si e no qualche anno di pratica e, ad andar bene, esperienze in altri campi. Al tempo nè David Belle nè gli Yamakasi si erano ancora espressi sull'insegnamento, e il metodo di allenamento era ancora poco conosciuto. Fino a qualche anno fa, quindi, ritenevo irresponsabili e fuori legittimità coloro che attivavano corsi di parkour. Ora che sono passati un po' di anni e alcune realtà sono cresciute, allenandosi fin da allora, le cose sono un po' diverse. Il parkour è entrato nei media e sempre più ragazzi ci si avvicinano, pericolosamente, da youtube. A questo punto credo che un corso di parkour, tenuto da un traceur esperto, sia il modo migliore (ma non l'unico possibile) per avvicinare un neofita a questa disciplina. Quindi ho deciso di attivare dei corsi per (1) trasmettere, ad un numero crescente di interessati, il parkour nella giusta maniera, cioè non attraverso immagini facilmente fuorvianti (come spiegato in altri post) ma tramite un rapporto personale (che è l'unico modo per trasmettere qualcosa che va al di là dei semplici movimenti) e (2) per provare a dare un'alternativa di qualità al dilagare di corsi di parkour tenuti da gente poco esperta.

  • Perchè ho voluto prendere l'ADPAT? e cosa ne penso delle certificazioni?
La voglia di prendere l'ADAPT ce l'ho avuta sin da quando, in Finlandia ad un meeting, ho appreso in anteprima della sua esistenza. Principalmente la spinta era personale, la voglia di mettersi alla prova e di vedere se i praticanti più esperti del mondo mi ritenevano capace (ok, psicanalizzatemi pure :P). Poi, durante gli anni di attesa e durante le settimane di esame, la mia idea è venuta evolvendosi e ho capito che era necessario un sistema per decidere se legittimare o meno una persona ad insegnare il parkour. Sarò anche ingenuo, ma non credo che dietro alla certificazione di Parkour UK ci sia chissà quale business.. è il tentativo di fare un po' di chiarezza, altrimenti succede come nel mondo delle arti marziali: ognuno apre la sua scuola, tutti litigano su chi insegna lo stile veroe gli studenti non hanno nessuna garanzia di imparare quello che vogliono imparare. Ad ogni buon conto, al momento, non ritengo che chi non sia in possesso di una certificazione non possa o non debba insegnare, certe realtà in Italia sono serie ed affidabili, è solo che non risultano distingubili da tutte le altre, e una rete di conoscenze fidate che si autolegittimano non mi sembra la strada milgiore: rimane un approccio autoreferenziale, locale e pericolosamente italiano.

  • Perchè lavorerò anche in palestra, dopo aver deciso di non allenarmici io stesso?
Il fatto che, come già scritto in un post precedente, io non abbia interesse ad allenarmi in palestra non significa che per me la palestra non va utilizzata (anni fa, comunque, la pensavo diversamente.. ero molto più intransigente su questo punto). Ho capito che della totalità delle persone che cominciano a praticare parkour, solo una minoranza arriveranno a capirlo a fondo e a praticarlo seriamente. Ancora, come nelle arti marziali, non tutti i bimbi che si iscrivono al corso di Judo affonteranno mai un incontro agonistico, ciò non toglie che tutti i bambini che praticano ottangano dei benefici personali. Ecco quindi che la palestra diventa uno strumento utile per avvicinare quanta più gente possibile dando a tutti loro la possibilità di scegliere se diventare dei traceur o se rimanere dei praticanti che si mantengono in forma o vogliono lavorare un po' sul loro equilibrio, per esempio.

  • Perchè ho fatto la scelta di fare lavori commerciali come show, pubblicità o gli stessi corsi a pagamento?
Eccoci al punto principale di tutta la questione.. è sempre una questione di soldi, alla fine, vero? Purtroppo, vedendo negli anni numerosi traceur smettere di praticare per impegni lavorativi, ho capito che l'unico modo per non smettere di allenarmi e non cominciare a considerare il parkour un hobby domenicale, era quello di far coincidere i miei impegni lavorativi con quelli parkouristici. Ed ecco che, dopo aver ricevuto l'ADAPT, ho innescato la catena di eventi che mi hanno portato a decidere di provare ad avere un ritorno economico che mi permettesse di continuare ad investirci tutto il tempo che avessi voluto, fermo restando la questione sulla deontologia professionale su cui mi sono già espresso in precedenza.



Dedicato ai miei più rigidi critici, il Viruz e la Lulu, e a tutti coloro che vanno a fondo se non vedono chiaro.

venerdì 28 maggio 2010

Idee e schemino

Rielaborando parte del materiale che ho accumulato durante le settimane in Inghilterra e aggiungendo vari pensieri emersi negli ultimi mesi di allenamento, è saltato fuori questo schema. Lo schema è "nato" in inglese e così l'ho lasciato, temendo di perdere qualche concetto nella traduzione. Il tentativo è, una volta ancora, di visualizzare il parkour come disciplina ampia, usando le immagini piuttosto che i paragrafi, cercando di trovare una sintesi esaustiva.
In questo schemino (fatto a mano libera perchè mi viene più spontateno, è più veloce e istintivo) penso al parkour come la via per diventari maestri dello spostamento (come recita il motto di pkgen, tra l'altro). Per me essere "maestri dello spostamento" è come essere una pietra in bilico sopra una piramide, a sua volta sostenuta da tre pilastri. Senza i pilastri non può esserci la piramide, se la piramide cresce in maniera disarmonica la pietra cade.
Per quanto riguarda i 3 pilastri del parkour, ho attinto a piene mani dal materiale fornitomi da ParkourUK e scritto dagli Yamakasi, dai Traceur di Lisses e dagli inglesi di PkGen. La piramide, invece, è una mia idea.

martedì 27 aprile 2010

ADAPT parte 2

Le mie settimane a Londra, oltre ad essere state piene di grossi allenamenti sono state cariche di discussioni, nuovi concetti e prospettive inesplorate. Vediamo qui di formalizzare un po' le nuove idee che mi son fatto.
  • Classi, corsi e palestre. Fermo restando che continuo a trovare inutile e pericoloso l'allenamento in palestra (ma per me stesso, non per gli altri, per ragioni che esulano il Parkour in senso stretto), ho interiorizzato parecchie idee di Parkour Generations, dopo lunghe conversazioni con Johann, Blane, Dan e Forrest. Il parto doloroso è questo: non possiamo pretendere che chiunque pratichi il Parkour, lo pratichi con la stessa profondità con cui lo pratichiamo noi; dobbiamo accontentarci di trasferire quel poco di buono che ogni praticante ha voglia di assimilare. A questo punto quindi, le classi, i corsi in palestra e pure le lezioni nelle scuole, mostrano un altro lato: il Parkour sarà un evento lieto, un modo per stare in forma e per migliorare il proprio controllo sul movimento nello spazio, una scusa per fare un po' di moto o anche solo un antidoto contro l'obesità per un bambino sovrappeso. Ebbene si, non tutti i praticanti di Parkour diventeranno dei traceur, ma ciò non vuole assolutamente dire che chi passa dai corsi non possa cominciare a vivere il Parkour come l'abbiamo vissuto noi.
  • Standardizzazione e certificazioni. Beh, su questo punto ero già abbastanza convinto. E' un bene che siano stati i ragazzi di Parkour Generations e della ADDA a porre i paletti e a far riconoscere le certificazioni. Sono più che mai convinto che sia l'unico modo per mantenere pura la disciplina, seppur con la possibilità di trasmetterla a vari livelli. E' come nelle arti marziali, nessuno nega che un karateka debba recarsi in giappone per avere l'esperienza più completa e vera della disciplina (ed è sicuro che debba aspettare il consenso di un maestro certificato prima di insegnare), ma un corso tenuto da un maestro italiano ben preparato (e certificato dai maestri giapponesi) può cambiare la vita di un ragazzino di 8 anni. Magari il ragazzino non sarà mai un gran karateka (oppure lo diventerà, andando a studiare in un vero dojo, seguendo le indicazioni del suo primo maestro che è un vero karateka), ma quanto bene gli potrà aver fatto? Credo molto.
  • Lavoro. Alcuni del collettivo Parkour Generations riescono a vivere di Parkour, trasmettendolo e continuando a crescere nel contempo. Posso assicurare che ho toccato con mano la difficoltà di questa vita: il lavoro, per quanto a Londra ce ne sia parecchio, non arricchisce nessuno, davvero. Forse che anche in Italia si possa sopravvivere in questa nocchia? Credo che proverò a scoprirlo.
  • Struttura dei corsi. Certo c'è da dire che il tipo di insegnamento che portano avanti PkGen e ADDA è ben diverso dai corsi di "parkour" in palestra che si vedono in rete. Posso assicurare che la qualità non si è abbassata e che non si fanno "le cose che i bimbiminchia hanno voglia di fare così c'è più mercato". C'è una rigida deontologia professionale.
Nessuno, di certo non io, si sogna di affermare che per diventare un traceur c'è bisogno di seguire un corso. Ma quanti di noi sarebbero ciò che sono senza il loro primo workshop di parkour? Quanti di noi hanno desiderato spesso di avere un mentore? E quanti si sono accorti di quanto più efficaciemente si impara seguendo un esempio? Il punto centrale è: chi ha tenuto quel primo workshop? Chi era l'esempio che abbiamo seguito? Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere i fondatori, ma cosa succederà quando loro non avranno più il tempo o la voglia di continuare l'opera? Lasceremo morire il Parkour? O chiederemo loro il permesso di portarlo avanti?