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venerdì 21 agosto 2015

Allenamenti solitari estivi?

Boredom is just the reverse side of fascination: 
both depend on being outside rather than inside a situation,
and one leads to the other.

Arthur Schopenhauer




giovedì 6 novembre 2014

Personali Memorie di Strade





Ascolto Fritz da Cat 950 in streaming dal mio nexus 5: riaffiorano immagini e luoghi, era tutto molto diverso. Ricordo di aver preso la cassetta in omaggio con AL: era la fine del 1900, avrò avuto si e no 15 anni. Ci vestivamo largo e male, non avevamo ancora il telefonino, youtube non esisteva, le idee giravano a 56k, su carta o nelle parole dei vecchi seduti attorno al fuoco. Lo scenario era molto diverso da ora: in piazza si vivevano i pomeriggi, chiacchierando, disegnando, ballando; non c'era altro modo di essere social. Ascoltavamo gente guasta e ballavamo sugarhill gang.
Ma facciamo un passo indietro.
Fin da molto piccolo ho sempre scorrazzato per il mio quartiere (uno splendido e tranquillo centro storico) arrampicandomi in giro, giocando a pallone (poco, ero scarso) e a elastico "con le femmine". Come tutti, allora, si stava fuori.
Ma quello che mi ha cresciuto è iniziato alcuni anni più tardi.


Ero ancora alle medie, sarà stato il '96, quando cominciai a prendere la funicolare e poi il bus per andare al Piazzale degli Alpini. Allora un gruppo di ragazzi sui vent'anni si trovava là a bere birrette, fumare e skateare. Al tempo gli skaters (almeno quelli di Bergamo) erano fortemente influenzati dalla cultura punk e per me erano super fighi. Ma immaginate un bimbo di 13 anni (ne dimostravo si e no 11) in mezzo a questi.. Beh, col senno di poi credo che il loro background punk, così incline alle stranezze, abbia permesso che mi tollerassero con curiosa noncuranza. Appoggiavo l'eastpack sulla stessa scalinata su cui lo appoggiavano gli altri, li guardavo e ne imitavo i movimenti, ogni tanto ricevevo qualche consiglio; quando mi sentivo particolarmente coraggioso facevo delle domande. Nei mesi guadagnai il saluto di alcuni di loro, altri mi hanno sempre ignorato. È stata una scuola, imparavo come mostrare rispetto e come ottenerlo a mia volta da chi, per la prima volta nella mia vita di principino, non era affatto tenuto a ricambiare. Tutto ciò che ho ricevuto me lo sono guadagnato sul campo.
Ero diventato uno skater e cominciavo a passare parte del mio tempo in strada: vedevo barboni ubriachi, ragazzi disperati si facevano le pere nelle cosce, i poliziotti ci cacciavano e le anziane signore cambiavano strada. Intendiamoci, la situazione bergamasca non era granché hardcore rispetto ad altre scene di quegli stessi anni, ma certo era ben diversa dal cortile dell'oratorio.
Qualche anno dopo feci una delle esperienze che più mi hanno cambiato nella vita.

Quell'anno ero in vacanza a La Spezia e avevo fatto un amico che scriveva sui muri. Passava buona parte delle sue giornate nel cortile vuoto di una scuola insieme alla sua cricca, era agosto e la scuola media Fontana era chiusa. Passarono almeno due settimane prima che si decidesse a portarmi con lui. Doveva essere sicuro che non gli facessi fare figuracce, doveva prima istruirmi sulle basi. E io non aspettavo altro che di imparare tutto ciò che potevo. Così fui introdotto alla Cultura dell'Hip-hop.
La prima cosa che mi spiegò erano le 4 colonne: il writing, l'mcing, il breaking e lo scratching. Mi diceva che bisogna saperne di tutte e quattro per diventare un bboy. Mi spiegò che portavano i pantaloni larghi per ricordare i fratelli del Bronx, costretti a vestire i pantaloni dei fratelli maggiori; mi spiegò che non doevo far vedere le mutande, però, che era segno di scarso rispetto. Mi fece provare a girare i suoi dischi, mi fece mettere in rima delle parole, mi insegnò toprock e sixstep, mi disse di prendere carta e penna e disegnare il mio nome. Dopo giorni di pratica si ritenne soddisfatto e mi portò alla scuola.
Verso le tre entrammo nel giardino della scuola (ma com'è che nessuno li cacciava?), sul cancello d'ingresso la targa d'ottone, un tagger rosa colante riportava: Fontana Family. C'erano una quindicina di ragazzi e ragazze, dai 13 anni ai 30, alcuni seduti per terra, altri in piedi, parlavano, qualcuno disegnava. Al nostro arrivo poco scalpore, qualche ciao, qualcuno stringe il peace al mio Virgilio, nessuno lo stringe a me. Dopo qualche minuto di imbarazzo mi siedo e tiro fuori il blocco, disegno. Ad un certo punto uno dei vecchi prende parola e annuncia a tutti il programma del pomeriggio, in un angolo piastrellato i breakers avrebbero cominciato ad allenarsi, sulla gradinata c'erano fogli e penne per chi voleva disegnare, alla panca stavano per cominciare a fare del freestyle. Erano tutti invitati a fare ciò che preferivano e chi non faceva un cazzo era guardato male: poser.
Quel giorno lo ricordo bene, anche se ho la memoria di un pesce rosso. Rappai: stavo nel cerchio ad aspettare il mio turno col cuore in gola, ripassando le 3 rime che mi ero preparato, incerto. Poi ballai: mostrai il mio toprock rigido come un bastone, un sixstep meccanico. Divorai tutti i freez che mi mostravano, qualcuno si stupì. Ricevetti i complimenti di un po' dei vecchi. Quando ce ne andammo mi strinsero il peace, ero diventato un bboy.
L'esperienza che feci quell'agosto la riportai a casa con me e la coltivai. A Bergamo non trovai una comunità aperta e amichevole come la Fontana Family e mi dovetti adattare, fu utile anche quello.
Passai molti anni a ballare sotto i portici "dei tappeti" prima, di Dante Square poi. Conobbi un sacco di gente, mi trovai dentro agli scazzi, presi sberle, qualche volta scappai dalla polizia. Incrociai i vecchi di Bergamo: era il tempo dell'obelisco, dei gradoni, dei bordi delle aiuole, di piazza Dante e dei propilei. Il rispetto ha sempre contato più del talento. Furono grandi anni, guardavamo L'odio e I guerrieri della notte, stavamo fuori notti intere e ci divertivamo un sacco: le cose grosse più le piccole per crescere. L'Hip Hop ci spinse a riflettere anche sul rapporto tra giusto e lecito. Fu questa la nascita, per molti di noi, della coscienza politica: la coscienza parla di una coscienza come arma. Ma questa è un'altra storia..

Anni dopo arrivò il Parkour, flash forward di quasi 10 anni: eccoci ad oggi.
La comunità del Parkour è stata la più inclusiva e aperta che io abbia mai incontrato. Ad ogni nuova leva vengono spiegate le basi e corretti gli errori più grossolani. Durante il primo condizionamento si viene solitamente aspettati e motivati. Altro che ostilità o noncuranza. Credo che questa cultura della trasmissione ci sia arrivata direttamente dai primi praticanti: così Laurent ci ha raccolti a caso sotto la Dama del Lago quell'autunno, così Stephane e Thomas ci hanno trattati in quei lontani primi workshop. Ci hanno schiacciato in faccia la fatica, ma con dolcezza.
Ora però, a distanza di anni dal mio esordio, tra comunità inclusiva e aree attrezzate, si rischia di considerare la strada (qui in senso ampio, l'ambiente fisico e sociale dove ha luogo la nostra pratica) come un fattore puramente accidentale, se non addirittura una scocciatura. Ultimamente stanno nascendo tanti grandi atleti: in pochi anni e con tanti strumenti diventano bravissimi. Ma spesso mi sembrano così immaturi, sbilanciati.. Credo che l'esposizione alla strada faccia maturare alcune aree che la sola pratica non tocca. Penso che lo stare immersi nella realtà selezioni un atteggiamento istintivo, sia già di per sé uno schiaffetto correttivo. Ben diverso dal pensare a come montare un video per far sembrare le nostre vite ancora più invidiabili agli amici di FB.
Certo, il Parkour ha la sua cultura strana, specifica, in divenire. Spesso è lontana dalle altre culture di strada: ad esempio siamo più coscienti della nostra salute, stiamo attenti a non “rovinare” gli spot dove ci alleniamo. Io per primo mi sono speso perchè Skate, Hip-hop e altre discipline non venissero appiattite ad una sola dimensione, schiacciate una sull’altra, ma se ne riconoscessero la diversità e la ricchezza. Beh, una delle ricchezze del Parkour è anche che nasce dalla strada: non è l’unica figlia, ma sempre quella è la sua mamma.

Il morale della favola secondo me: parte di un praticante è la sua conoscenza diretta della strada, la sua esperienza personale nell'unico ambiente reale che ci è rimasto il privilegio di attraversare tutti i giorni. Questa roba è poco visibile ma ben più utile allo stesso praticante di qualche salto sbloccato.

martedì 7 dicembre 2010

In tha Pagliaccio

Ogni tanto anche il "bisogno" di dimostrarsi qualcosa si può lasciare a casa. Si può uscire, la notte fredda e bagnata, e improvvisare, lavorare sulla percezione, godere della situazione, derivare psicogeograficamente. E così niente virtuosismi, sequenze sporche ed improvvisate, spot nuovi nuovissimi, nel "mio" nuovo quartiere. Quest'uscita è stata un po' come la prima strusciata sul nuovo albero, sto segnando il mio nuovo territorio di allenamento :)
Per quanto riguarda la musica: l'idea originale era senza audio, solo che era troppo noioso e ho optato per una versione più friendly. Il video è stato realizzato in una sera, un'oretta di esplorazione. Mai sottovalutare il freddo e l'umido, sotto le scarpe e sulle dita; rendono movimenti simili molto diversi.

venerdì 2 ottobre 2009

Nuove esplorazioni

Ecco qulche foto dalle ultime avventure del Jimbo in posti dove non si suppone che uno vada: il complesso del Carmine.









Take nothing but pictures, leave nothing but footprints
Motto dell'Urban Exploration

martedì 14 luglio 2009

Free soloing, secondo principio della termodinamica e koan

Ieri notte sono uscito per completare i tre progetti in free solo notturno che mi ero prefissato da un po' di tempo. Sta mattina ho scoperto che John Bachar è morto durante un free solo, alcuni giorni fa. Io non lo conoscevo, il mio approcio animalesco alle cose, spesso, mi porta a non interessarmi delle storie umane che stanno dietro all'evoluzione di una disciplina. E questo è male, spesso. Per rispetto verso di me e verso di lui, quindi, non sprecherò parole di falso cordoglio, piuttosto penserò alla sua esperienza la prossima volta che starò per arrampicare senza sicura. Ecco chi era:



Solo una cosa vorrei dire, prima di passare ai miei progettini (che ovviamente impallidiscono e si fanno piccini piccini, di fronte a un gigante del genere), agli arrampicatori che vorrebbero vedere la pratica del free solo messa al bando. Se arrivasse qualche colletto bianco e impedisse agli alpinisti di arrampicare perchè, sebbene con la sicura, la gente muore e, d'altra parte, non ha senso salire su una montagna quando ci si può arrivare con la funivia (qualcuno potrebbe sostenere che anche la funivia è pericolosa; al Cermis ci sono morte 20 persone. Ah, ma le ha ammazzate la funivia o l'aereo militare statunitense? Allora forse, in ultima analisi, sono gli aerei da guerra che dovrebbero essere vietati?), cosa direbbero? Forse risponderebbero che può non aver senso per qualcuno ma per qualcunaltro ce l'ha, e che l'importante è essere coscienti dei rischi ed accettarli e che uno deve pur essere libero di fare quello che vuole con la sua vita, finchè non mette in pericolo quella degli altri? Bene, ho concluso, vostro onore.

Ora mi è passata la voglia di parlare delle mie conquiste che, rispetto alla mistero della morte, alla politica e all'etica, sono veramente delle piccolezze. Ecco i problemi risolti (notare che sono anche dovuto scendere, poi) ma immaginateveli al buio.














lunedì 13 luglio 2009

Strane quadrupedie

Il movimento sui quattro arti è un esercizio che un traceur non può non conoscere. Parte integrante del metodo naturale e del MovNat, adottata dagli allenatori di MMA, praticata fin da bambini, la quadrupedia è un grandioso strumento per sviluppare contemporaneamente gli arti superiori, inferiori ed il tronco, nonchè la coordinazione, la resistenza e la respirazione. Ne esistono di tutti i tipi: all'indietro, sulle scale, del granchio, del ragno (e molte altre ancora). Ma io, oggi, ne ho inventata una tutta mia: la quadrupedia della talpa.


L'acquedotto dei vasi (guardate 'sto piccolo video) è un manufatto interrato di origine Romana, è lungo 3544 metri, parte dalla valle del Noce per arrivare alla porta di S. Alessandro con un dislivello di 70 metri. Il primo uschiolo (accessi all'acquedotto per la manutenzione) è situato alla fine del sentiero dei vasi e vi si accede facilmente.

Il mio allenamento di oggi è consistito in una quadrupedia di 60-70 metri (più il ritorno) all'interno del canale interrato e semiallagato. E' durato circa 15 minuti, mani e piedi nell'acqua fredda e nel fango argilloso, denso e pesante. Stupendo.

All'interno ho potuto apprezzare numerose incrostazioni minerali di svariati colori, muffe e funghi, muschi e residui vegetali. Ho incontrato anche molte creature: rane e salamandre gli unici vertebrati, onischi per i crostacei, zanzarone a rappresentare gli insetti, scolopendre per i chilopodi e, per ultimi ma meglio rappresentati, una caterva di ragni e ragnatele.

Per l'occasione, oggi, ho portato pila da testa e macchina fotografica ma altre volte l'ho fatta al buio totale, senza scarpe e maglietta e, devo dire, è ancora meglio! Affondare mani e piedi nel limo, senza vedere nulla (ma proprio nulla!) e sentire il respiro freddo che viene da lontano è impareggiabile. Si impara a fare affidamento su altri sensi, in modo particolare il tatto, è un esercizio di autocontrollo sotto stress e ci si sporca un sacco!



PS: sulla via del ritorno, non contento, mi sono fermato a fare dei sollevamenti di tronchi e delle piccole arrampicate. Tutto condito dallo scatto in bicicletta per arrivare sul posto e per tornare a casa a fare la doccia.

domenica 12 luglio 2009

Open Zerowatt

Un periodo decisamente favorevole alle esplorazioni, tanto che il Jimbo colpisce ancora. Ecco un altro report.

2001
La Zerowatt di Nese chiude i battenti, niente più lavatrici bergamasche.

11-7-09
13.30_Magda e io decidiamo di fare un sopraluogo per una più approfondita esplorazione del grosso complesso industriale di nese, la Zerowatt. Facciamo il giro in macchina una volta, due volte. Decidiamo di parcheggiarci dentro un nuovissimo complesso commerciale limitrofo. Scopriamo subito un entrata facilissima, c'è un ponte di cemento sopra ad un ruscello, il cancello è tutto fuorchè sicuro.


13.50_Senza nemmeno accorgercene siamo già dentro, menomale che doveva essere un giro d'ispezione. Siamo sotto una vasta veranda formata da onduline di plastica, spazzatura e scatole di cartone ci accolgono. Entriamo nell'edificio che doveva essere il capannone industriale principale. Buio, lame di luce dalle finestre affumicate, Flora violenta cerca di conquistare l'interno inospitale. Vaghiamo in deriva per gli ampi spazi, facendo numerose fotografie. Vediamo: pavimenti polverosi, buchi nel soffitto, cartelli strani, colori accesi, montagnole di guano, ragnatele ed estintori, muri scrostati, atelier artistici nascosti, vetri rotti e non, giungle selvatiche e timide briofite, stivali infangati, gatti che scappano. Saliamo e scendiamo scale, attraversiamo spazi vuoti, percorriamo corridoi. Abbiamo vagato per tutto il capannone. Rimane da esplorare lo stabile degli uffici ed una casa (forse era di un custode). Purtroppo è giorno e per arrivare a questi altri edifici bisogna percorrere tratti aperti, facilmente visibili dalle case intorno. Decidiamo di ritornarci un'altra volta, possibilmente in notturna.

14.40_Do una spiata fuori da una finestra, tutto tace, la Panda è sempre lì ad aspettarci. Ripassiamo da mod. Explorer a mod. Bravi-ragazzi-che-fanno-qualche-foto, usciamo come se nulla fosse. Ci attardiamo a fare ancora qualche scatto dell'esterno poi saliamo in macchina e andiamo a casa. Siamo un po' stanchi.

Jimbo

venerdì 10 luglio 2009

Il budello della Rocca

Ricevo dal mio amico ed esploratore Jimbo, il report di una breve capatina "dentro" la Rocca di Città Alta. Eccolo:

9-7-09
22.00_Scavalco facilmente il muro di mattoni dell'asilo nido di città alta, in parte al museo storico, mi trovo in uno spiazzo ghiaioso. Proseguo fino a trovare la vecchia rampa di scale che porta all'altra entrata (sbarrata da decine di anni) della Rocca. Salgo per pochi metri e sulla sinistra comincia l'inferiata metallica. Sembra essere stata costruita più per evitare che la natura selvaggia esca piuttosto che per paura che qualcuno vi penetri. La scavalco con inaudito piacere, cercando di focalizzarmi sul silenzio. Mi trovo su di un sentiero di pietre coperte di foglie secche, avanzo fino ad uno sbarramento, ci passo sotto. Davanti a me si apre una vera e propria ferita della terra. Un grosso scavo che dovrebbe diventare un parcheggio ha sventrato il fianco di città alta, portandosi via un boschetto con uno stagno (uno degli ultimi luoghi ospitali per gli anfibi della zona). Ora mi faccio più cauto, sono visibile dalle case in basso. Proseguo per una cinquatina di metri aquattato a terra, quasi a quattro zampe, finalmente vedo l'entrata.

La luce comincia a calare in fretta. Entro nel buco. Accendo la mini torcia ad incandescenza, illumina pochissimo. Faccio un rapido sopraluogo. Tutto agibile. Sulla via del ritorno vado a controllare che l'entrata dalla parte della mensa universitaria sia aperta, pare esserlo.
22.15_Mi avvio per lo scavo, attardandomi ad osseravare interessato un pluviometro elettronico attaccato ad una presa, lì all'aperto. Scavalco il muro dell'asilo e sono fuori.

10-7-09
13.00_Io e Magda usciamo, ci dirigiamo alla mensa universitaria. Come due studenti qualsiasi entriamo nell'edificio ma poi tiriamo dritti e passiamo un cancello (al quale manca la serratura). Siamo nel vecchio zoo della rocca (mi ricordo dell'aquila con l'occhio di vetro, saran passati 20 anni). Camminiamo, saliamo della scale, a destra si vede uno scorcio del chiostro di S, Francesco, a sinistra una rete metallica. Aggiriamo. Siamo allo scavo. Questa volta c'è luce, ci muoviamo bassi, aspettiamo poi ci muoviamo ancora. Arriviamo al buco, entriamo rapidamente. Questa volta ho la torcia da testa nuova e Magda ha la mia pila. Il tunnel procede e noi con lui. Dritto dentro la Rocca per 50 metri, poi piega a destra. Al gomito c'è una porta arrugginita e devastata, dietro, dei gabinetti ormai inondati dall'umidità che gocciola dal soffitto. Riprendiamo il tunnel. Il soffitto a volta è coperto di stalattiti calcaree. Dopo un centinaio di metri c'è un budello, si gira a sinistra, poi a destra, poi c'è una porta, la varchiamo. Siamo nell'ultima stanza, li infondo c'è una porta d'acciaio. Da sotto arriva la luce, probabilmente fa parte dell'asilo. Sopra di noi sentiamo dei passi, il cemento armato rimbomba. Torniamo indietro facendo qualche foto.

13.45_Usciamo dal buco, corriamo bassi, attraversiamo la foresta, usciamo dalla mensa, andiamo a casa a mangiare che ci è venuta fame.

Jimbo

lunedì 1 giugno 2009

Il Totem

Veniamo al dunque.. perchè squalo, ragno, elefante e gatto?
Beh, negli ultimi anni ho avuto la strana idea di riflettere sulle mie esperienze e sui miei vissuti da un punto di vista simbolico e vagamente psico analitico. Data la mia passione per i modelli socio-culturali più "primitivi" e la mia conoscenza del regno animale, ho deciso di utilizzare il concetto di totem come metafora per capire e descrivere la mia personalità. Totem è una parola di origine Ojibway (una popolazione di nativi americani del ceppo Algonchino come i Mohicani, per esempio) che rappresenta un entità naturale che riveste un particolare significato simbolico per una persona o clan. (per uno spunto sull'intreccio tra evoluzione, psicoanalisi e totem, si veda: http://www.jstor.org/pss/660103)

Mettendo insieme vecchi sogni ricorrenti (soprattutto di squali, ma anche di ragni e gatti), interessi adolescenziali (ragni), esperienze profondamente toccanti (elefanti e gatti) e una certa elaborazione simbolica (aiutandomi con libri, internet e amici competenti), sono arrivato a questi quattro. Tra l'altro ho trovato interessante il fatto che l'ordine (da sinistra a destra, ma in realtà dal basso verso l'alto) sia più o meno coerente con la scala (permettetemi questa semplificazione, e date un'occhiata qui) evolutiva degli animali (lo squalo è più primitivo dell'elefante) ed anche con la primitività dei concetti ai quali gli animali vengono accoppiati. Ecco qui uno schemino che illustra alcune delle connessioni simboliche che mi legano a queste bestie:
  • Squalo: rappresenta l'aggressività orale, le pulsioni predatorie più primordiali
  • Ragno: Anticomformismo e oppositività
  • Elefante: simboleggia la parte saggia e responsabile ma anche determinata
  • Gatto: è l'indipendenza, la curiosità e il narcisismo (nonchè un'integrazione delle figure precedenti)

Oltre ad una connessione simbolica con la mia personalità, questi animali funzionano perfettamente come riferimento nello svolgimento di particolari attività. Mi rendo perfettamente conto che pensare ad un ragno mentre arrampico non mi permette di scalare come spiderman, tuttavia negli ultimi anni, nel campo della psicologia dello sport sono stati descritti una quantità di meccanismi interessanti che possono migliorare le prestazioni (Emotions in sport, capitolo 6). Uno di questi è lo stato di flow, definito come un particolare stato psicologico in cui il soggetto è totalmente assorto nell'attività in svolgimento. Credo che il raggiungimento di tale stato, per esempio, possa essere aiutato da una disposizione interiore positiva che, per me, può essere raggiunta attraverso il pensiero simbolico. Così mi piace pensare di potermi ispirare all'uno o all'altro animale a seconda di quello che sto facendo. Quindi:
  • Squalo: combattimento e spostamento nell'acqua
  • Ragno: arrampicata e movimento in quadrupedia
  • Elefante: corsa, marcia e trasporto di gravi
  • Gatto: scatto, salto, equilibrio, furtività e ritmo

Infine ho pensato bene di dare al mio totem una rappresentazione grafica simbolica. Sono partito dall'aspetto di ciascun animale e, attraverso una serie di passaggi, ho cercato di ridurli a segni, un po' come nel passaggio da un disegno ad un pittogramma per arrivare ad un ideogramma. Alla fine mi sono trovato così soddisfatto della composizione finale (che potete vedere sotto il mio profilo) da eseguirne una su un grosso foglio bianco che ho inquadrettato e appeso sopra il letto!

domenica 8 febbraio 2009

Esplorare

L'eslporazione dell'ambiente è un'attività che, in un modo o in un altro, tutte le forme di vita praticano, infatti trovo difficile tracciare una linea che separi la percezione dall'esplorazione. I vantaggi di cui gode un vivente che esplora l'ambiente che lo circonda sono molti: individuare risorse, partner sessuali, rifugi. D'altra parte ci sono dei rischi nello spostarsi (nei casi in cui si riveli necessario ai fini dell'esplorazione), dall'incappare in un predatore al trovarsi in ambiente ostile. Così gli istinti di esplorazione e di dispersione si aggiustano nel corso della storia evolutiva di un phyla in base alle caratteristiche della specie e dell'ambiente. Nei mammiferi sembra che la principale struttura neurale che sovrintende il meccanismo dell' esplorazione di nuove aree sia il cervelletto, responsabile sia della coordinazione motoria richiesta che della produzione della motivazione.

Tutto ciò è sicuramente vero anche in H. sapiens, sebbene per l'uomo (probabilmente anche per altri animali) intervengano meccanismi motivazionali più fini. In psicologia si usa il concetto di motivazione intrinseca per designare i meccanismi motivazionali che spiegano l'attività di gioco o quella esplorativa, in sostanza quei comportamenti che non richiedono rinforzi per il loro mantenimento. Quindi un essere umano prova una spinta innata a manipolare, interagire ed esplorare l'ambiente. L' esplorazione compare nella prima infanzia nella forma locomotoria, quando il bambino muove il suo corpo per prendere le misure dello spazio, investigativa attraverso la manipolazione degli oggetti, e orientativa in occasione della modificazione dell'ambiente. La disponibilità all'esplorazione, che nel bambino si manifesta nel gioco e nella curiosità, è direttamente proporzionale alla sicurezza di base che gli consente di entrare senza troppa ansia in ambiti sconosciuti (Dizionario di Psicologia, Galimberti).

La città offre insapettate occasioni di abbandonarsi al piacere dell'esplorazione: qua e là l'urbanizzazione sregolata e i grandi capitali hanno creato isole selvagge ed inesplorate. Grandi edifici dimenticati, fabbriche fallite, ospedali abbandonati, reti fognarie, tunnel di servizio; tutti luoghi accomunati dall'estremo interesse che ricoprono come obiettivi di infiltrazioni esplorative. Negli ultimi tempi molti urbanisti hanno compreso che il comportamento umano verso lo spazio circostante è almeno in parte determinato da adattamenti filogenetici. [...] L'uomo, con molta probabilità, è soggetto a una quantità di pulsioni geneticamente determinate che riguardano il suo comportamento relativo allo spazio, e che non devono essere trascurate a lungo se non si vuole che diventino motivo di insoddisfazione. Pulsioni che risalgono al periodo in cui l'uomo viveva come cacciatore raccoglitore. (Da Etologia Umana)

Beh, non so voi, ma personalmente sono insoddisfatto! Tra motivazioni intrinseche, pulsioni arcaiche, istinti atavici e ipertrofia de cervelletto non riesco proprio a trattenermi dall'esplorare, dal curiosare e dal misurare. E quale meta più ambita di un posto dove non si suppone che uno vada a ficcare il naso (sennò, diciamolo, che esplorazione è)? Bene, ecco i presupposti all'urban exploration.