Non era ancora iniziata la seconda Intifada quando sono stato in Israele per la prima volta, ero un teenager all'apice del suo impegno agonistico. Coscienza politica molto scarsa, soprattutto su temi internazionali. Di quel soggiorno ho numerose immagini mentali. Il bazaar di Gerusalemme ovest: tessuti blu a schermare un sole rovente e sotto venditori di fiori di zafferano e curry, mangiare hummus. Passare per Jaffa Gate e pensare a Città Alta, camminavamo per il quartiere ebraico ed era pieno di bambini ortodossi con i bargigli che penzolavano mentre si dimenavano dietro ad una palla.
Abbiamo intravisto la dorata moschea di Al Aqsa, da un balcone che portava al Muro del Pianto. Orde di fedeli scendevano l'angusta scala per il Santo Sepolcro, commossi. La palestra del Talpaz Judo Team in cui ci allenavamo tutti i giorni, buia e fresca, permeata dall'odore dei tatami, ricordo che è stata la prima volta che ho fatto zazen. Ho ancora delle facce, ma più nessun'nome: il campione, categoria 65kg, appena tornato dai duri anni di servizio militare (e tutti dicevano, comprensivi: "ora vuole solo divertirsi"). Il Maestro ricciolo e tozzo con i piccoli occhiali rotondi, chissà come era diventato amico del mio Maestro? E il ragazzino ebreo che ci invitò a cena, era cintura blu: mio padre mi aveva dato delle bottiglie di vino italiano da regalare ai miei ospiti, piacquero molto. Quella sera mi hanno dato un kippah e ho osservato una cerimonia religiosa con del sale. Quando mi chiesero se ero cattolico risposi di no, che ero ateo; penso non abbiano capito.
Per molti giorni mi sono confrontato con loro in un modo speciale, profondo e che travalica le culture: lo Shiai. Lo Shiai è lo scontro di judo, 100% della forza, obiettivo vittoria.
Quello che ho pensato degli israeliani che ho conosciuto è che sono soprattutto ostinati. Non con la finezza tecnica o con la rapidità cercavano di sottomettermi, ma con una dura ostinazione, i muscoli sempre tesi. Sono stati degli ospiti splendidi: gentili e ospitali.
Ora mi si presenta una nuova opportunità: tornare e osservare tutto dall'altra parte. Allora parlavo Judo, con i palestinesi parlerò Parkour. Avrò nuovamente uno strumento di confronto capace di travalicare le culture, che in poco tempo può darmi un' idea di come sono le persone. Forse...
Sono carico di ansia, la situazione in questo momento non è delle migliori, Gaza è stata praticamente rasa al suolo dagli ultimi bombardamenti di quest'estate, i visti vengono concessi raramente e hanno appena sparato ad un attivista italiano. Temo anche (soprattutto, per la verità), di trovare una comunità di parkouristi superficiali nella loro pratica. Temo di non sapere come parlare con loro, correndo il rischio di entrare in una logica coloniale se forzo la mano sul concetto più profondo di parkour. Temo di perdere di vista la condizione umana e politica generale focalizzandomi solo su un dettaglio come può essere percepito il parkour quando la gente vive in stato di guerra. Mi sembra di avere sempre bisogno di un mediatore culturale che mi consigli.. non so quanto devo/posso essere il me stesso "rigido traceur", forse ridicolo in un contesto di quel tipo. Il confronto tra due persone deve avvenire in sincerità totale o attraverso ragionate mediazioni? Chi è a casa sua ha il privilegio di essere il principale attore dello scambio culturale? Chi è ospite dovrebbe essere "tazza vuota", pronto ad assorbire? Facile quando si parla di cultura occidentale dominante, mi è sempre sembrato facile metterla da parte quando viaggio nelle giungle. Ma se viene il turno della mia personale cultura parkouristica? quella che ho così orgogliosamente difeso per anni? Sono capace di metterla da parte? O sono comunque convinto di essere nel giusto? Se ai bimbiminchia si sotituiscono degli uomini palestinesi temprati dalle avversità? Forse non sono mai stato capace di mettere da parte la mia cultura occidentale davvero, se non sono capace di mettere da parte l'approccio colonialista, arrogante, di chi è convinto di avere ragione. Cazzo ma qui in Italia io sono convinto di avere ragione, perchè dovrebbe cambiare il ragionamento se cambia il contesto? E se poi il contesto mi cambia il ragionamento, che ne sarà della mia visione del parkour quando ritorno?
A complicare le cose due questioni. Uno, l'esperienza di qualche anno fa con i ragazzi di Gaza Parkour in Italia, così ben narrata dal corto documentario di Zambe et al. In quel caso mi sono fatto forte dell'essere a casa e ho cercato di passare la mia idea di parkour. Con questo abbiamo creato un precedente e forse prodotto dei risultati che, a distanza di 3 anni, potrò valutare in loco. Ma potrei anche accorgermi che il messaggio in realtà è scivolato sopra le nostre teste, confermando amaramente quanto illusoria sia la comprensione tra culture diverse.
Due. Questa carovana, organizzata dal centro VIK, mi porta in Gaza con il gravosissimo titolo di "formatore". Già dal significato della parola si capisce quanto questo dettaglio rischi di stravolgere tutto il precedente discorso delirante, facendomi irrimediabilmente scivolare verso la sicura rocca di ghiaccio della mia occidentalià scientifica.
In realtà c'è un' altra questione, ancora più grande e per questo così orrendamente difficile da vedere, comprendere e, soprattutto, trattare. Quanto questa delegazione ed il suo significato verranno stravolti e strumentalizzati dai grandi attori politici? Quali vincoli e/o pressioni riceveremo dall'esercito israeliano e da Hamas? Saremo sottoposti alle leggi della nostra coscienza o a quelle coraniche? Logica vuole che paese che vai, leggi che trovi. Facile accettare questo semplice teorema fintanto che si viaggia in europa, o anche in paesi tranquilli come l'indonesia, per esempio. Quando invece ci si insinua tra due enormi superfici in attrito, tutto diviene meno scontato e più angosciante. Le donne di Gaza non praticano parkour (non possono nemmeno abortire, tra l'altro). Come mi pongo io di fronte a questi temi? Come tazza vuota o come formica orgogliosa?
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martedì 23 dicembre 2014
giovedì 6 novembre 2014
Personali Memorie di Strade
Ascolto Fritz da Cat 950 in streaming dal mio nexus 5: riaffiorano immagini e luoghi, era tutto molto diverso. Ricordo di aver preso la cassetta in omaggio con AL: era la fine del 1900, avrò avuto si e no 15 anni. Ci vestivamo largo e male, non avevamo ancora il telefonino, youtube non esisteva, le idee giravano a 56k, su carta o nelle parole dei vecchi seduti attorno al fuoco. Lo scenario era molto diverso da ora: in piazza si vivevano i pomeriggi, chiacchierando, disegnando, ballando; non c'era altro modo di essere social. Ascoltavamo gente guasta e ballavamo sugarhill gang.
Ma facciamo un passo indietro.
Fin da molto piccolo ho sempre scorrazzato per il mio quartiere (uno splendido e tranquillo centro storico) arrampicandomi in giro, giocando a pallone (poco, ero scarso) e a elastico "con le femmine". Come tutti, allora, si stava fuori.
Ma quello che mi ha cresciuto è iniziato alcuni anni più tardi.
Ero ancora alle medie, sarà stato il '96, quando cominciai a prendere la funicolare e poi il bus per andare al Piazzale degli Alpini. Allora un gruppo di ragazzi sui vent'anni si trovava là a bere birrette, fumare e skateare. Al tempo gli skaters (almeno quelli di Bergamo) erano fortemente influenzati dalla cultura punk e per me erano super fighi. Ma immaginate un bimbo di 13 anni (ne dimostravo si e no 11) in mezzo a questi.. Beh, col senno di poi credo che il loro background punk, così incline alle stranezze, abbia permesso che mi tollerassero con curiosa noncuranza. Appoggiavo l'eastpack sulla stessa scalinata su cui lo appoggiavano gli altri, li guardavo e ne imitavo i movimenti, ogni tanto ricevevo qualche consiglio; quando mi sentivo particolarmente coraggioso facevo delle domande. Nei mesi guadagnai il saluto di alcuni di loro, altri mi hanno sempre ignorato. È stata una scuola, imparavo come mostrare rispetto e come ottenerlo a mia volta da chi, per la prima volta nella mia vita di principino, non era affatto tenuto a ricambiare. Tutto ciò che ho ricevuto me lo sono guadagnato sul campo.
Ero diventato uno skater e cominciavo a passare parte del mio tempo in strada: vedevo barboni ubriachi, ragazzi disperati si facevano le pere nelle cosce, i poliziotti ci cacciavano e le anziane signore cambiavano strada. Intendiamoci, la situazione bergamasca non era granché hardcore rispetto ad altre scene di quegli stessi anni, ma certo era ben diversa dal cortile dell'oratorio.
Qualche anno dopo feci una delle esperienze che più mi hanno cambiato nella vita.
Quell'anno ero in vacanza a La Spezia e avevo fatto un amico che scriveva sui muri. Passava buona parte delle sue giornate nel cortile vuoto di una scuola insieme alla sua cricca, era agosto e la scuola media Fontana era chiusa. Passarono almeno due settimane prima che si decidesse a portarmi con lui. Doveva essere sicuro che non gli facessi fare figuracce, doveva prima istruirmi sulle basi. E io non aspettavo altro che di imparare tutto ciò che potevo. Così fui introdotto alla Cultura dell'Hip-hop.
La prima cosa che mi spiegò erano le 4 colonne: il writing, l'mcing, il breaking e lo scratching. Mi diceva che bisogna saperne di tutte e quattro per diventare un bboy. Mi spiegò che portavano i pantaloni larghi per ricordare i fratelli del Bronx, costretti a vestire i pantaloni dei fratelli maggiori; mi spiegò che non doevo far vedere le mutande, però, che era segno di scarso rispetto. Mi fece provare a girare i suoi dischi, mi fece mettere in rima delle parole, mi insegnò toprock e sixstep, mi disse di prendere carta e penna e disegnare il mio nome. Dopo giorni di pratica si ritenne soddisfatto e mi portò alla scuola.
Verso le tre entrammo nel giardino della scuola (ma com'è che nessuno li cacciava?), sul cancello d'ingresso la targa d'ottone, un tagger rosa colante riportava: Fontana Family. C'erano una quindicina di ragazzi e ragazze, dai 13 anni ai 30, alcuni seduti per terra, altri in piedi, parlavano, qualcuno disegnava. Al nostro arrivo poco scalpore, qualche ciao, qualcuno stringe il peace al mio Virgilio, nessuno lo stringe a me. Dopo qualche minuto di imbarazzo mi siedo e tiro fuori il blocco, disegno. Ad un certo punto uno dei vecchi prende parola e annuncia a tutti il programma del pomeriggio, in un angolo piastrellato i breakers avrebbero cominciato ad allenarsi, sulla gradinata c'erano fogli e penne per chi voleva disegnare, alla panca stavano per cominciare a fare del freestyle. Erano tutti invitati a fare ciò che preferivano e chi non faceva un cazzo era guardato male: poser.
Quel giorno lo ricordo bene, anche se ho la memoria di un pesce rosso. Rappai: stavo nel cerchio ad aspettare il mio turno col cuore in gola, ripassando le 3 rime che mi ero preparato, incerto. Poi ballai: mostrai il mio toprock rigido come un bastone, un sixstep meccanico. Divorai tutti i freez che mi mostravano, qualcuno si stupì. Ricevetti i complimenti di un po' dei vecchi. Quando ce ne andammo mi strinsero il peace, ero diventato un bboy.
L'esperienza che feci quell'agosto la riportai a casa con me e la coltivai. A Bergamo non trovai una comunità aperta e amichevole come la Fontana Family e mi dovetti adattare, fu utile anche quello.
Passai molti anni a ballare sotto i portici "dei tappeti" prima, di Dante Square poi. Conobbi un sacco di gente, mi trovai dentro agli scazzi, presi sberle, qualche volta scappai dalla polizia. Incrociai i vecchi di Bergamo: era il tempo dell'obelisco, dei gradoni, dei bordi delle aiuole, di piazza Dante e dei propilei. Il rispetto ha sempre contato più del talento. Furono grandi anni, guardavamo L'odio e I guerrieri della notte, stavamo fuori notti intere e ci divertivamo un sacco: le cose grosse più le piccole per crescere. L'Hip Hop ci spinse a riflettere anche sul rapporto tra giusto e lecito. Fu questa la nascita, per molti di noi, della coscienza politica: la coscienza parla di una coscienza come arma. Ma questa è un'altra storia..
Anni dopo arrivò il Parkour, flash forward di quasi 10 anni: eccoci ad oggi.
La comunità del Parkour è stata la più inclusiva e aperta che io abbia mai incontrato. Ad ogni nuova leva vengono spiegate le basi e corretti gli errori più grossolani. Durante il primo condizionamento si viene solitamente aspettati e motivati. Altro che ostilità o noncuranza. Credo che questa cultura della trasmissione ci sia arrivata direttamente dai primi praticanti: così Laurent ci ha raccolti a caso sotto la Dama del Lago quell'autunno, così Stephane e Thomas ci hanno trattati in quei lontani primi workshop. Ci hanno schiacciato in faccia la fatica, ma con dolcezza.
Ora però, a distanza di anni dal mio esordio, tra comunità inclusiva e aree attrezzate, si rischia di considerare la strada (qui in senso ampio, l'ambiente fisico e sociale dove ha luogo la nostra pratica) come un fattore puramente accidentale, se non addirittura una scocciatura. Ultimamente stanno nascendo tanti grandi atleti: in pochi anni e con tanti strumenti diventano bravissimi. Ma spesso mi sembrano così immaturi, sbilanciati.. Credo che l'esposizione alla strada faccia maturare alcune aree che la sola pratica non tocca. Penso che lo stare immersi nella realtà selezioni un atteggiamento istintivo, sia già di per sé uno schiaffetto correttivo. Ben diverso dal pensare a come montare un video per far sembrare le nostre vite ancora più invidiabili agli amici di FB.
Certo, il Parkour ha la sua cultura strana, specifica, in divenire. Spesso è lontana dalle altre culture di strada: ad esempio siamo più coscienti della nostra salute, stiamo attenti a non “rovinare” gli spot dove ci alleniamo. Io per primo mi sono speso perchè Skate, Hip-hop e altre discipline non venissero appiattite ad una sola dimensione, schiacciate una sull’altra, ma se ne riconoscessero la diversità e la ricchezza. Beh, una delle ricchezze del Parkour è anche che nasce dalla strada: non è l’unica figlia, ma sempre quella è la sua mamma.
Il morale della favola secondo me: parte di un praticante è la sua conoscenza diretta della strada, la sua esperienza personale nell'unico ambiente reale che ci è rimasto il privilegio di attraversare tutti i giorni. Questa roba è poco visibile ma ben più utile allo stesso praticante di qualche salto sbloccato.
giovedì 26 gennaio 2012
ADAPT 2 - The Mortal Kombat
E' passato parecchio dagli ultimi post seri, lo so.. Forse è cambiato il rapporto tra le cose che penso e quelle che reputo sufficientemente interessanti da rendere pubbliche. Forse mi sto allenando un po' di meno e sono assorbito dall'insegnamento. Ad ogni buon conto ora qualcosa di interessante da scrivere c'è: la farò breve, comunque, non ho voglia di perdermi nei dettagli.
-Day 1, Training Day
Attività principali: Presentazione del corso, dei partecipanti e degli istruttori, Parkour Jog, lavoro di gruppo e discussione su storia e definizioni della disciplina, combinazioni e pratica di percorsi, discussione sulla paura e il rischio, tecniche di recupero dagli errori, sessione di allenamento "sfida".
Note: Siamo partiti in 17, tutti validi praticanti, ed in 10 giorni siamo diventati una squadra. E' stato un onore essere seguito da praticamente tutti i lvl3 del mondo. Ho tenuto un pezzo del Parkour Jog, sostanzialmente libera deriva per lo spazio seguendo il leader. La sessione finale è stata tenuta da Chau ed è stata, ovviamente, distruttiva.
-Day 2, Parkour Essence
Attività principali: Breaking jumps e riflessioni in gruppo, discussioni su infortuni e prevenzione, discussione sul condizionamento e sull'allenamento in situazioni "diverse dalla norma".
Note: Ci sono stati proposti 5 movimenti da aprire, tutti decisamente grossi o pericolosi, sono riuscito a portarne a termine solo 2 ed è stato impegnativo, il livello richiesto è molto alto. Dopo la parte sulla rottura dei salti mi sono stortato la caviglia che era già messa male (da un paio di settimane), bestemmie! Come per magia ha cominciato a piovere proprio quando Forrest ci parlava delle opportunità nelle avversità, e via per una sessione sotto l'acqua.
-Day 3, Training Day 2
Attività principali: Creatività ed espressione nel movimento, discussioni su flessibilità e mobilità, sessione di condizionamento, secondo capitolo di Breaking Jumps con discussione, secondo capitolo di allenamento "sfida".
Note: Molto interessanti le attività sulla creatività. Ci hanno fatto scegliere un salto da aprire e ci hanno dato un'ora per farlo, io non sono riuscito a portare a termine il mio salto. Peccato.
-Day 4 e 5, Coaching Days
Attività: Metodi e stili di coaching, risoluzione imprevisti, programmazione e progressione, sicurezza e spotting, allenare attraverso "la sfida", ADAPT network. Feedback personali di fine corso.
Note: Attività svolte indoor.
-Weekend, il lungo riposo
Ho passato 30 ore a fare stretching e a mangiare bistecche.
-Assesment Day 1, Physical
Esame fisico, circa 6 ore di estenuanti esercizi e ripetizioni di tutti i tipi, attentamente controllate dai lvl3. Mai fatto niente di più faticoso in vita mia. La maggior parte dei partecipanti non è riuscita a portare a termine la prova. Una prova davvero intensa e completa.
Note: la prova più dura per me è stata correre 5 km in 25 minuti, stavo morendo! Durante una delle ultime prove, 3 minuti di sedia, ho urlato il mio primo vero (verovero) Kiai, l'ho davvero sentito proiettare energia.
-Assesment Day 2, Technical
Ci è stato richiesto di portare a termine una serie di movimenti (tutti i movimenti tipici del parkour più altri). I movimenti venivano selezionati dai lvl3 e i partecipanti avevano qualche minuto per pensare e 3 tentativi. Ogni movimento veniva accuratamente annotato dai coach per calcolare la percentuale finale.
Successivamente ci sono state prove di libera espressione e di esecuzione di percorsi scelti dai coach. Il livello richiesto è stato molto alto, nessuno di noi ha chiuso tutti i movimenti.
Note: il mio livello di energia era bassissimo, mi trascinavo. Ero tutto sbilanciato dal male alla caviglia e i muscoli chiedevano pietà. Non sono rimasto affatto soddisfatto di come ho portato a termine questa parte.
-Assesment Day 3, Coaching
Nella mattinata a turno siamo stati chiamati a tenere una lezione al gruppo e a risolvere i vari problemi che si verificavano (situazioni simulate come incidenti o imprevisti). Successivamente c'è stato un esame scritto su storia, tecnica, sicurezza e altro.
Note: Ho pianificato la mia sessione con Martin (streetmovement.dk) in 2 minuti e l'imprevisto è stato che lui non si è presentato all'inizio della sessione! Non ci si può fidare dei propri collaboratori, al giorno d'oggi!
...
In generale è stata davvero una prova del fuoco, 10 giorni di combattimenti mortali tra la voglia di fare bene e l'esigenza di permettere al corpo di recuperare.. l'intera sessione è stata sul filo del rasoio, mantenere un livello così intenso per un periodo prolungato può essere un azzardo per chi non è perfettamente preparato. Molti di noi hanno sofferto infortuni (soprattutto da usura) e non hanno potuto completare la sessione. Anche il freddo intenso cui siamo stati esposti per 8 ore al giorno per 10 giorni non ha certo giovato all'efficienza dei nostri muscoli sfibrati!
C'è da aggiungere che noi non abbiamo avuto i due mesi di preparazione che sono previsti per le future sessioni. Noi siamo stati gettati in pasto ai leoni, passando da 5 giorni di corso pesante a 3 giorni di esami massacranti e senza avere la possibilità di allenarci in maniera specifica. In futuro, corso ed esami saranno separati da 2 mesi di tempo per prepararsi opportunamente. Tuttavia aver affrontato la sessione pilota senza una preparazione particolare è stata una sfida ancor più interessante, poichè può confermare la bontà del mio normale regime di allenamento e della mia preparazione tecnica (e, viceversa, portare alla luce tutte le aree di problematicità, che poi sono state soprattutto nella tecnica).
Vorrei invitare tutti coloro che insegnano o che intendono farlo a riflettere su quali sono i requisiti che gli stessi fondatori ci indicano come necessari per intraprendere questa strada. Sono molto contento che il livello richiesto sia stato così alto, confido che in futuro aiuterà a mantenere alta anche la qualità degli istruttori in tutto il mondo.
E' stato molto interessante anche passare così tanto tempo con validissimi praticanti ed insegnanti da tutto il mondo, spero che in futuro il network di ADAPTati cresca forte ed unito e che riesca a mantenere la disciplina il più vicino possibile alla sua forma originale.
Un grazie enorme va a Blane e a Shirley che mi hanno ospitato per tutto il tempo!
PS: sono ancora in attesa del certificato ufficiale da parkourUK, forse ci sarà anche una sorta di report personalizzato (erano anni che non aspettavo la pagella ;)).
giovedì 16 settembre 2010
Via un po' di sassi dalle scarpe..
- Perchè sto attivando dei corsi, dopo che per anni ho criticato i corsi di parkour?
La scena del parkour in Italia esiste solo da 6 anni, da quando cioè, il primo workshop di parkour è stato fatto (2005, ). Da subito corsi di parkour sono sbucati in tutta Italia, alcuni addirittura rilasciavano certificati per l'insegnamento e altre patacche. Di fatto chi insegnava parkour aveva alle spalle si e no qualche anno di pratica e, ad andar bene, esperienze in altri campi. Al tempo nè David Belle nè gli Yamakasi si erano ancora espressi sull'insegnamento, e il metodo di allenamento era ancora poco conosciuto. Fino a qualche anno fa, quindi, ritenevo irresponsabili e fuori legittimità coloro che attivavano corsi di parkour. Ora che sono passati un po' di anni e alcune realtà sono cresciute, allenandosi fin da allora, le cose sono un po' diverse. Il parkour è entrato nei media e sempre più ragazzi ci si avvicinano, pericolosamente, da youtube. A questo punto credo che un corso di parkour, tenuto da un traceur esperto, sia il modo migliore (ma non l'unico possibile) per avvicinare un neofita a questa disciplina. Quindi ho deciso di attivare dei corsi per (1) trasmettere, ad un numero crescente di interessati, il parkour nella giusta maniera, cioè non attraverso immagini facilmente fuorvianti (come spiegato in altri post) ma tramite un rapporto personale (che è l'unico modo per trasmettere qualcosa che va al di là dei semplici movimenti) e (2) per provare a dare un'alternativa di qualità al dilagare di corsi di parkour tenuti da gente poco esperta.
- Perchè ho voluto prendere l'ADPAT? e cosa ne penso delle certificazioni?
La voglia di prendere l'ADAPT ce l'ho avuta sin da quando, in Finlandia ad un meeting, ho appreso in anteprima della sua esistenza. Principalmente la spinta era personale, la voglia di mettersi alla prova e di vedere se i praticanti più esperti del mondo mi ritenevano capace (ok, psicanalizzatemi pure :P). Poi, durante gli anni di attesa e durante le settimane di esame, la mia idea è venuta evolvendosi e ho capito che era necessario un sistema per decidere se legittimare o meno una persona ad insegnare il parkour. Sarò anche ingenuo, ma non credo che dietro alla certificazione di Parkour UK ci sia chissà quale business.. è il tentativo di fare un po' di chiarezza, altrimenti succede come nel mondo delle arti marziali: ognuno apre la sua scuola, tutti litigano su chi insegna lo stile veroe gli studenti non hanno nessuna garanzia di imparare quello che vogliono imparare. Ad ogni buon conto, al momento, non ritengo che chi non sia in possesso di una certificazione non possa o non debba insegnare, certe realtà in Italia sono serie ed affidabili, è solo che non risultano distingubili da tutte le altre, e una rete di conoscenze fidate che si autolegittimano non mi sembra la strada milgiore: rimane un approccio autoreferenziale, locale e pericolosamente italiano.
- Perchè lavorerò anche in palestra, dopo aver deciso di non allenarmici io stesso?
Il fatto che, come già scritto in un post precedente, io non abbia interesse ad allenarmi in palestra non significa che per me la palestra non va utilizzata (anni fa, comunque, la pensavo diversamente.. ero molto più intransigente su questo punto). Ho capito che della totalità delle persone che cominciano a praticare parkour, solo una minoranza arriveranno a capirlo a fondo e a praticarlo seriamente. Ancora, come nelle arti marziali, non tutti i bimbi che si iscrivono al corso di Judo affonteranno mai un incontro agonistico, ciò non toglie che tutti i bambini che praticano ottangano dei benefici personali. Ecco quindi che la palestra diventa uno strumento utile per avvicinare quanta più gente possibile dando a tutti loro la possibilità di scegliere se diventare dei traceur o se rimanere dei praticanti che si mantengono in forma o vogliono lavorare un po' sul loro equilibrio, per esempio.
- Perchè ho fatto la scelta di fare lavori commerciali come show, pubblicità o gli stessi corsi a pagamento?
Eccoci al punto principale di tutta la questione.. è sempre una questione di soldi, alla fine, vero? Purtroppo, vedendo negli anni numerosi traceur smettere di praticare per impegni lavorativi, ho capito che l'unico modo per non smettere di allenarmi e non cominciare a considerare il parkour un hobby domenicale, era quello di far coincidere i miei impegni lavorativi con quelli parkouristici. Ed ecco che, dopo aver ricevuto l'ADAPT, ho innescato la catena di eventi che mi hanno portato a decidere di provare ad avere un ritorno economico che mi permettesse di continuare ad investirci tutto il tempo che avessi voluto, fermo restando la questione sulla deontologia professionale su cui mi sono già espresso in precedenza.
Dedicato ai miei più rigidi critici, il Viruz e la Lulu, e a tutti coloro che vanno a fondo se non vedono chiaro.
giovedì 28 gennaio 2010
Kit di sopravvivenza
Beh, visto che sto per partire per un bel viaggetto attraverso remoti paesaggi giungleschi, ho pensato bene di scrivere un po' a proposito del parkour su lunghe distanze o parkour planetario.
Questo tipo di spostamento potrebbe rientrare nel gruppo "lunghe distanze/esplorazione" (dal post sull'utilità): le cose più importanti sono, quindi, la pianificazione, la tecnica di sopravvivenza e l'intelligeza sociale.
Senza tediarvi troppo con la concettualizzazione, passo alle questioni pratiche. Il kit di sopravvivenza. Avevo già accennato all'importanza di quest'oggetto, ed in questi mesi ho progettato e realizzato il mio personalissimo kit. Ricordate comunque che io non sono un medico e, sebbene mi sia fatto consigliare da medici esperti e viaggiatori di professione, tutto ciò che leggete io lo sperimento sulla mia pelle a mio rischio e pericolo.
- Provetta di plastica (ad Amsterdam conteneva uno spinello :)) contenete 3 chiodi da 6 cm e una lama da taglierino (ci si possono costruire un arpione, inneschi per trappole, ripari.. la lametta può servire per il pronto soccorso)
- Kit di ami da pesca con ami di diverse grandezze e una bella matassina di filo di nylon resistente
- Betadine per potabilizzare l'acqua (in boccetta da collirio), 4 gocce per L di H20 limpida, lasciar decantare mezz'ora, oppure 8 gocce per L di H20 torbida, decantare per 1 ora. Inoltre ci si disinfettano le ferite (in viaggio è molto più importante disinfettarsi che quando ci si allena sotto casa)
- Matita, si sa mai che si vuol scrivere una poesia.. emergenza!
- Kit cucito con aghi di diverse grandezze, spille da balia e una matassa di una decina di metri di robustissimo e sottilissimo filo di nylon
- Silica Gel, per assorbire l'umidità nella scatoletta
- Filo elasticizzato per stendere il bucato con mollettine
- Tubetto di gomma, per bere da un buchino
- Bustina impermeabile con un foglio di carta, garze sterili e un cerotto formato famiglia
- Elastico per capelli
- Fischietto
- Bussola
- Tanica di emergenza (un sacchetto di plastica da inserire nel tappo tagliato di una bottiglia di plastica, con elastico per fissarlo)
- Kit fuoco (sempre dentro una di quelle provette di plastica di Amsterdam): candelina, fiammiferi antivento e antiacqua.
- Superficie riflettente per segnalazioni
- Medicinali con indicazioni sintetizzate e plastificate: Formistin (antistaminico), Dissenten (diarrea), Tachipirina (febbre, influenza) e Azitromicina (un antibiotico ad ampio spettro per le emergenze)
- Scatola pronta per il viaggio, confronto per dimensioni con occhiali per il cinema 3d (ho visto Avatar)
lunedì 11 gennaio 2010
Feticismo, consumismo, utilitarismo e le scarpe
Ci sono differenti modi di vederla, la "questione scarpe". In generale ci si divide in due fronde, quelli tecnici e quelli minimalisti. I tecnici investono in scarpe che abbiano un buon grip, una buona capacità ammortizzante e un po' di stile (che non guasta mai) mentre i minimalisti argomentano che la scarpa da parkour deve costare poco ed essere solo una protezione per il piede (che, in realtà, dovrebbe essere nudo). Generalmente i minimalisti optano per le kalenji (Decathlon), alcuni più per moda che per una scelta di campo; i tecnici invece spaziano dalle Airake (K-swiss) alle ultime Mizuno da corsa, alle Salomon, sempre alla ricerca delle migliori prestazioni.
Lo ammetto, io sono un tecnico. Però ho delle buone argomentazioni, concedetemi il beneficio del dubbio.
La mia concezione del parkour è quella di una disciplina ampia, sempre in allenamento. Cerco di praticarlo d'appertutto, con tutte le condizioni meterologiche, provo dei movimenti anche quando sto andando al bar (o, più complesso, quando sto tornando). Quindi il mio approccio, in questo frangente, si scontra con una visione più frammentata tipo "mercoledì e venerdì parkour dalle 16 alle 18". Ecco, quindi, che la "scarpa da parkour" diviene un concetto un po' vago dal momento che cerco di avere ai piedi, sempre, delle scarpe che possano essere efficienti in un ampio spettro di situazioni (che non so quando potrebbero verificarsi). Non posso quindi affidarmi ad una scelta minimalista che ridurrebbe il campo di utilizzo al solo evento parkour. Così la mia scelta ricade, almeno ultimamente, su scarpe da trail running che si adattano a quasi qualsiasi situazione, dalla neve alla spiaggia, dalla serata sballona all'esame universitario. Per quanto riguarda i tecnici che si prendono delle buone scarpe da running, dico buona scelta ma possibile poca aderenza se si esce dalla città. Per quanto riguarda i tecnici che prendono le Airake (o altre scarpe esepressamente da parkour), dico molto male: benino sull'asfalto, molto male fuori.
Ora, per chi è interessato, butto lì qualche info utile..
- Tenere d'occhio questi siti: La Sportiva, Salomon, Asics, Adidas, Mizuno, Runners world. Soprattutto in Runners world trovate numerose recensioni delle scarpe da trail running. Consiglierei anche New Balance ma in Italia c'è poco mercato.
- Date un'occhiata anche qui, anche se non condividiamo proprio la stessa visione.
- Prendersi parecchio tempo per girare i vari negozi di sport o superstore e provare, provare e riprovare le scarpe.
- Attenzione alla composizione della suola, niente inserti di plastica rigida.
- Purtroppo ho scarse indicazioni su quali siano i migliori brevetti in fatto di suola ammortizzante, quindi fate le vostre prove.
- Cercare un buon rapporto peso-qualità della suola
- Tomaia forata per la traspirazione e gore-tex impermeabile.
- Punta protettiva.
- La scarpa vi deve piacere, sennò ci saltate male (rimandi alla questione dell'immagine corporea e prestazioni, psicologia dello sport).
- Zompate sui saldi o sulle scarpe della stagione passata (risparmio anche del 30-50%).
- Occhio a non prendere delle scarpe per pronatori se siete supinatori o viceversa (cosa cavolo è un pronatore? e supinatore?)
ps: io mi sono appena preso le LaSportiva Wild Cat della stagione passata. Sto anche intraprendendo un eseprimento: ho preso la versione da donna (pianta più sottile) per vedere se, col tempo, si allargano meno di quelle da uomo. Farò sapere..
mercoledì 9 settembre 2009
Sopravvivenza
Questo weekend ho seguito un corso di sopravvivenza. In pratica il nostro gruppo (formato da una decina di persone più 4 istruttori) ha passato due giorni di isolamento in montagna con questa attrezzatura: i vestiti che si indossano più una giacca non impermeabile, un coltellino, 4 litri d'acqua; inoltre ci sono stati consegnati, alla partenza, alcune mannaie e seghetti, dei teli impermeabili, dei guanti da lavoro ed un fiammifero a testa, un sacco di tela e dei cordini per farne uno zaino.

un survival-tin
Durante il periodo del corso ci sono state impartite delle lezioni "teoriche" intervallate a delle prove pratiche. Gli argomenti trattati comprendevano il reperimento dell'acqua, l'accensione del fuoco, l'attraversamento sicuro di ponti di corda e fiumi, l'allestimento di un rifugio, la costruzioni di un'arma e altro ancora.
Le prova più dura è stata senza dubbio il digiuno di 36 ore: a parte le 4 ore di sonno che sono riuscito a fare e qualche ora di riposo vicino al fuoco, il resto del tempo l'abbiamo passato a camminare, trasportare legna, preparare rifugi, attraversare torrenti. Tutte attività abbastanza dispendiose: alla fine il corpo era indebolito e la mente un po' appannata, ma ho capito che avrei resistito più a lungo. Prima lezione.
Altro grosso disagio è stato il freddo notturno. Malgrado alcuni di noi, fortunatamente, siano riusciti ad accendere il fuoco e malgrado siano stati fatti i turni per tenerlo vivo; malgrado i bivacchi di fortuna e il letto di foglie; malgrado la giacca e le pietre scaldate infilate nelle tasche; malgrado fossimo a settembre, faceva un freddo cane. Il fuoco ci ha salvati. Seconda lezione.
Senza una grossa lama non avremmo potuto accendere il fuoco. Preparare minuziosamente l'esca, spellare gli stecchi, staccare la corteccia ai bastoni e spaccare i tronchi sono solo alcune delle attività impossibili senza una grossa lama. Terza lezione.
Qualche altra lezione random, appresa o elaborata.
Altro grosso disagio è stato il freddo notturno. Malgrado alcuni di noi, fortunatamente, siano riusciti ad accendere il fuoco e malgrado siano stati fatti i turni per tenerlo vivo; malgrado i bivacchi di fortuna e il letto di foglie; malgrado la giacca e le pietre scaldate infilate nelle tasche; malgrado fossimo a settembre, faceva un freddo cane. Il fuoco ci ha salvati. Seconda lezione.
Senza una grossa lama non avremmo potuto accendere il fuoco. Preparare minuziosamente l'esca, spellare gli stecchi, staccare la corteccia ai bastoni e spaccare i tronchi sono solo alcune delle attività impossibili senza una grossa lama. Terza lezione.
Qualche altra lezione random, appresa o elaborata.
- 1 la testa, 2 l'acqua, 3 il fuoco.
- In due giorni di digiuno ho bevuto non più di 2 dei 4 litri d'acqua che avevo, questo ci fa capire quanta acqua va persa nei processi digestivi e per cui è meglio non mangiare se non si ha acqua. Ricordarsi però di forzarsi di bere un po', se è possibile, altrimenti i reni ne risentono.
- Conoscere almeno qualche nodo salva la vita, o quantomeno permette di risparmiare molte energie.
- Se piove la prima cosa da fare è fare legna, poi costruire un riparo, poi preparare la legna e poi accendere il fuoco.
- L'importanza di sapersi orientare (stelle, sole e altri metodi)
- Un ottimo potabilizzante per l'acqua è il Betadine.
- La legna non stagionata brucia maledettamente in fretta.
- Il gruppo ogni tanto è un peso ma più spesso una risorsa.
- L'importanza di avere un survival-tin con sè (meglio se personalizzato).
un survival-tin
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