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venerdì 21 agosto 2015

Allenamenti solitari estivi?

Boredom is just the reverse side of fascination: 
both depend on being outside rather than inside a situation,
and one leads to the other.

Arthur Schopenhauer




lunedì 26 gennaio 2015

Le donne ed il Parkour a Gaza

Report di 5 giorni di allenamento

29 dicembre 2014 
La presenza di una donna (Betta) praticante di parkour all'interno della delegazione italiana fin dal primo momento ha suscitato interesse nei media. Già durante il primo allenamento, infatti, una televisione locale e la televisione di al jazeera si sono presentate all'allenamento con l'obiettivo di documentare non solo il lavoro  della cooperazione italiana ma anche la presenza dell'unica donna che abbia mai praticato parkour nella striscia di Gaza. È la stessa giornalista a dichiarare ed enfatizzare l'importanza e l'eccezionalità della pratica da parte di una ragazza di una disciplina considerata solo maschile a Gaza oltre che la novità di un allenamento misto.
Il primo allenamento si svolge nella palestra di jabalia, voluta da Muhammad (3run gaza). I giovani e numerosi praticanti sono increduli nel vedere una ragazza che si allena con loro, mantengono le distanze ma si può dire che, al di là del vistoso imbarazzo, non ci siano problemi di accettazione.

30 dicembre 2014
Il secondo giorno ci spostiamo per allenarci nella grande piazza pubblica del quartiere di Sheik Zaied. La situazione cambia drasticamente e la presenza di una donna nel gruppo si rivela di difficilissima gestione. Infatti, non appena i praticanti cominciano ad allenarsi nella grossa piazza, molti adulti locali si radunano senza pudore  intorno alla ragazza, commentandola e seguendo i suoi movimenti, al punto che uno dei praticanti gazawi le chiede fermamente di smettere subito di allenarsi. Spiega che il suo obiettivo è quello di proteggerla dagli evidenti e irrispettosi commenti e sguardi indiscreti. Il messaggio che gli uomini sembrano mandare: "una donna che si allena in piazza tra gli uomini si può guardare e commentare". Particolarmente frustrante è stata la sensazione di impotenza che tutti abbiamo provato a causa del gap culturale e della  barriera linguistica.


31 dicembre 2014
Il terzo giorno ci alleniamo presso l'università statale di Al Aqsa, a Khan Younis. Se siamo sospetti e sull'attenti a causa di quanto accaduto il giorno prima, ci accorgiamo subito di quanto il clima universitario non sia paragonabile  all'atmosfera della piazza di un quartiere periferico.
E proprio in università che, grazie alla determinazione della coordinatrice della carovana Meri Calvelli, siamo riusciti in qualcosa di importante dando luogo ad un breve momento di allenamento misto. Al solito gruppo di praticanti si sono aggiunte una ventina di donne e insieme (o meglio, un cerchio di donne e uno di uomini) ci siamo riscaldati con qualche andatura e giri di corsa. Gli spalti erano gremiti di donne entusiaste e stupite, che incitavano il gruppo e facevano foto.
Il gruppo femminile ha poi continuato ad allenarsi autonomamente seguendo la ragazza italiana. Un episodio che, per quanto isolato, può essere letto come l'inizio di un percorso.                  


1 gennaio 2014
Al quarto giorno di allenamento si percepisce l'evoluzione del rapporto tra la ragazza e i praticanti gazawi. Dall'incredulità e invadenza iniziale, infatti, tanti ragazzi sono passati al rispetto e allo scambio reciproco, non senza qualche scontro diretto e ammonizione dei più arroganti.
I valori quali  l'importanza del gruppo, la condivisione e il rispetto del compagno trasmessi dai coach ai  praticanti si sono estesi anche nel rapporto con la praticante che poco a poco viene considerata come parte del gruppo: incitata, ascoltata, supportata.                                   
Nell'allenamento nella piazzetta pubblica del quartiere di Khan Younis abbiamo l'impressione che il gruppo si senta più rilassato ed è forse proprio questo a far sì che, nonostante le nostre paure, la brutta situazione vissuta nella piazza di Sheik Zaied non si ripeta.
Il pubblico maschile sembra più  rispettoso e meno invadente, anche grazie ai praticanti locali che sembrano aver elaborato strumenti di difesa: consigliando agli uomini di guardare da lontano che si vede meglio, di non commentare perché distraggono ma di applaudire.

2 gennaio 2014
Il penultimo giorno organizziamo un allenamento nella piazza centrale centrale di gaza city.
Un po' a causa dell'infortunio di uno dei coaches italiani e un po' per la stanchezza, la praticante decide di fare da assistente.
I ragazzi accettano qualche consiglio dalla ragazza, oltre che sia lei a scandire i tempi di alcuni esercizi e di  valutarne la correttezza. È una mossa che il primo giorno di allenamento sarebbe stata impossibile. I passanti osservano con ironia penetrante la situazione ma i praticanti continuano.

3 gennaio 2015
Osserviamo i ragazzi esibirsi nel loro show il giorno dell'evento finale, chiedendoci quanto abbiamo trasmesso loro, osservando quanto l'idea di parkour possa essere male interpretata da chi impara dai video di you tube, ma anche quanto il parkour sia facile (facilmente strumentalizzabile?) e bella metafora di libertà e voglia di volare.. oltre l'assedio. 



Alcune voci femminili che ci hanno accompagnato

Rewa: 
"una donna che cammina per strada insieme a degli uomini è considerata a tutti gli effetti una prostituta."

"Durante la cena di capodanno: tutte le donne intorno a noi dentro di loro desiderano ballare, ma da quando c'è Hamas non possiamo più farlo."

"Non mi pace il velo, ma devo metterlo."

Le donne dell'università:
"quando siamo tra di noi guardiamo il video della zumba, una danza che che i piace moltissimo. Ci piacerebbe poter andare in giro in canottiera come queste ballerine."

"Nessuna di noi è sposata, altrimenti non saremmo qui a studiare. A Gaza appena ti sposi perdi la tua libertà. E vivi tra le mura di casa."

"Ti posso mettere il mio velo?"
"Perché? "
"Vogliamo capire se sei bella o no, con i capelli non capiamo."

Betta: 
"Sono rimasta affascinata dai grandi passi fatti in solo 5 giorni. La popolazione mi è sembrata profondamente consapevole e ricettiva, oltre che ironica. Come del resto è il popolo di Gaza che ho conosciuto: ha voglia di libertà,  di progresso, di guardare oltre al muro."

"le donne, che hanno subito anche le restrizioni di Hamas, mi sono sembrate coraggiose, aperte e dignitose. Credo che che si possa pensare ad un percorso di parkour al femminile, dove lo sport diventa strumento di libertà e di rivendicazione."

martedì 23 dicembre 2014

Prima di Gaza

Non era ancora iniziata la seconda Intifada quando sono stato in Israele per la prima volta, ero un teenager all'apice del suo impegno agonistico. Coscienza politica molto scarsa, soprattutto su temi internazionali. Di quel soggiorno ho numerose immagini mentali. Il bazaar di Gerusalemme ovest: tessuti blu a schermare un sole rovente e sotto venditori di fiori di zafferano e curry, mangiare hummus. Passare per Jaffa Gate e pensare a Città Alta, camminavamo per il quartiere ebraico ed era pieno di bambini ortodossi con i bargigli che penzolavano mentre si dimenavano dietro ad una palla.
Abbiamo intravisto la dorata moschea di Al Aqsa, da un balcone che portava al Muro del Pianto. Orde di fedeli scendevano l'angusta scala per il Santo Sepolcro, commossi. La palestra del Talpaz Judo Team in cui ci allenavamo tutti i giorni, buia e fresca, permeata dall'odore dei tatami, ricordo che è stata la prima volta che ho fatto zazen. Ho ancora delle facce, ma più nessun'nome: il campione, categoria 65kg, appena tornato dai duri anni di servizio militare (e tutti dicevano, comprensivi: "ora vuole solo divertirsi"). Il Maestro ricciolo e tozzo con i piccoli occhiali rotondi, chissà come era diventato amico del mio Maestro? E il ragazzino ebreo che ci invitò a cena, era cintura blu: mio padre mi aveva dato delle bottiglie di vino italiano da regalare ai miei ospiti, piacquero molto. Quella sera mi hanno dato un kippah e ho osservato una cerimonia religiosa con del sale. Quando mi chiesero se ero cattolico risposi di no, che ero ateo; penso non abbiano capito.
Per molti giorni mi sono confrontato con loro in un modo speciale, profondo e che travalica le culture: lo Shiai. Lo Shiai è lo scontro di judo, 100% della forza, obiettivo vittoria.
Quello che ho pensato degli israeliani che ho conosciuto è che sono soprattutto ostinati. Non con la finezza tecnica o con la rapidità cercavano di sottomettermi, ma con una dura ostinazione, i muscoli sempre tesi. Sono stati degli ospiti splendidi: gentili e ospitali.
Ora mi si presenta una nuova opportunità: tornare e osservare tutto dall'altra parte. Allora parlavo Judo, con i palestinesi parlerò Parkour. Avrò nuovamente uno strumento di confronto capace di travalicare le culture, che in poco tempo può darmi un' idea di come sono le persone. Forse...

Sono carico di ansia, la situazione in questo momento non è delle migliori, Gaza è stata praticamente rasa al suolo dagli ultimi bombardamenti di quest'estate, i visti vengono concessi raramente e hanno appena sparato ad un attivista italiano. Temo anche (soprattutto, per la verità), di trovare una comunità di parkouristi superficiali nella loro pratica. Temo di non sapere come parlare con loro, correndo il rischio di entrare in una logica coloniale se forzo la mano sul concetto più profondo di parkour. Temo di perdere di vista la condizione umana e politica generale focalizzandomi solo su un dettaglio come può essere percepito il parkour quando la gente vive in stato di guerra. Mi sembra di avere sempre bisogno di un mediatore culturale che mi consigli.. non so quanto devo/posso essere il me stesso "rigido traceur", forse ridicolo in un contesto di quel tipo. Il confronto tra due persone deve avvenire in sincerità totale o attraverso ragionate mediazioni? Chi è a casa sua ha il privilegio di essere il principale attore dello scambio culturale? Chi è ospite dovrebbe essere "tazza vuota", pronto ad assorbire? Facile quando si parla di cultura occidentale dominante, mi è sempre sembrato facile metterla da parte quando viaggio nelle giungle. Ma se viene il turno della mia personale cultura parkouristica? quella che ho così orgogliosamente difeso per anni? Sono capace di metterla da parte? O sono comunque convinto di essere nel giusto? Se ai bimbiminchia si sotituiscono degli uomini palestinesi temprati dalle avversità? Forse non sono mai stato capace di mettere da parte la mia cultura occidentale davvero, se non sono capace di mettere da parte l'approccio colonialista, arrogante, di chi è convinto di avere ragione. Cazzo ma qui in Italia io sono convinto di avere ragione, perchè dovrebbe cambiare il ragionamento se cambia il contesto? E se poi il contesto mi cambia il ragionamento, che ne sarà della mia visione del parkour quando ritorno?

A complicare le cose due questioni. Uno, l'esperienza di qualche anno fa con i ragazzi di Gaza Parkour in Italia, così ben narrata dal corto documentario di Zambe et al. In quel caso mi sono fatto forte dell'essere a casa e ho cercato di passare la mia idea di parkour. Con questo abbiamo creato un precedente e forse prodotto dei risultati che, a distanza di 3 anni, potrò valutare in loco. Ma potrei anche accorgermi che il messaggio in realtà è scivolato sopra le nostre teste, confermando amaramente quanto illusoria sia la comprensione tra culture diverse.
Due. Questa carovana, organizzata dal centro VIK, mi porta in Gaza con il gravosissimo titolo di "formatore". Già dal significato della parola si capisce quanto questo dettaglio rischi di stravolgere tutto il precedente discorso delirante, facendomi irrimediabilmente scivolare verso la sicura rocca di ghiaccio della mia occidentalià scientifica.
In realtà c'è un' altra questione, ancora più grande e per questo così orrendamente difficile da vedere, comprendere e, soprattutto, trattare. Quanto questa delegazione ed il suo significato verranno stravolti e strumentalizzati dai grandi attori politici? Quali vincoli e/o pressioni riceveremo dall'esercito israeliano e da Hamas? Saremo sottoposti alle leggi della nostra coscienza o a quelle coraniche? Logica vuole che paese che vai, leggi che trovi. Facile accettare questo semplice teorema fintanto che si viaggia in europa, o anche in paesi tranquilli come l'indonesia, per esempio. Quando invece ci si insinua tra due enormi superfici in attrito, tutto diviene meno scontato e più angosciante. Le donne di Gaza non praticano parkour (non possono nemmeno abortire, tra l'altro). Come mi pongo io di fronte a questi temi? Come tazza vuota o come formica orgogliosa?

domenica 8 settembre 2013

Foglio Spiralstone


Ecco la versione digitale del foglio consegnato a tutti i partecipanti all'evento SpiralStone, tenutosi a Valbondione il 29-30 Giugno 2013. Posto qui per chi non avesse partecipato, ed in generale come memoria. Credo che chi ha avuto la possibilità di partecipare all'evento abbia potuto sentire le cose che abbiamo scritto (e molte altre, più nascoste) sulla pelle. Alla ricerca del miglior Parkour possibile..





CHI SIAMO:
ParkourWave è nato come un piccolo gruppo di praticanti italiani che decide di insegnare e tramandare il parkour cosi come lo hanno appreso, allenato e amato, nel solco dei fondatori francesi e della prima generazione di Lisses. Fin da 02subito decidono di affrontare internamente ed esternamente la formazione e l'acquisizione di competenze per affrontare con la migliore qualità questa attività. Diventa una associazione sportiva nel 2012 e tramite i corsi e workshop conta circa 150 soci nel nord italia. Oltre al parkour punta fin da subito sul metodo JungleWave, una fusione tra il sistema parkour e il Metodo Hebertiano, con cui arrichisce la sua proposta formativa.

COS'E' IL PARKOUR PER NOI:
Parkour è un metodo di allenamento, una disciplina sportiva che attraverso lo spostamento nell'ambiente prepara fisicamente e mentalmente il praticante. Ricerca il confronto profondo tra se stessi e l'ambiente circostante, svelando i propri limiti e mettendoci nelle condizioni di affrontarli e superarli. Come ogni percorso il parkour è esplorazione di se stessi e dei luoghi che si affrontano, una ricerca costante di miglioramento e di libertà di muoversi senza limitazioni. Regala una costante ricerca di avventura senza allontanarsi da casa, pur preparandoci ad esplorazioni anche in terreno sconosciuto e non civilizzato. E' una via di crescita senza scuse e senza giustificazioni dove ognuno puo' trovare il suo motivo per praticare, alla ricerca di una migliore armonia corpo-mente, liberandosi di eccesso di razionalità e paure e ritrovando un po' di spirito selvaggio e cuore forte.

LE COMPETIZIONI:
In Italia e nel mondo le discussioni aperte sul tema della competizione nel parkour sono molte e controverse. Troppo spesso viene affrontato questo tema con leggerezza o in maniera confusa. Non solo è delicato ma qualunque discussione si intraprenda a riguardo avviene nel caos dei media e dei social network. 
Noi crediamo che l'introduzione nel mondo del parkour di eventi competitivi come gare o contest possa portare più male che bene.
Forse per chi ha cominciato a praticare da poco è difficile vedere questo problema, abituati come siamo al moderno concetto di sport, legato a doppiofilo alla competizione e alla "gara". Tuttavia chi si avvicina al parkour ne apprezza il fine che si pone: il benessere psicofisico del praticante; la riscoperta di valori forti come la forza di volontà, il coraggio, il rispetto per se stessi e per gli altri, l’autocontrollo, l’umiltà e la capacità di autocritica. Ognuno concorre alla realizzazione di obiettivi strettamente intimi e personali. Ogni singolo individuo cerca di affermare la sua irripetibilità come praticante, di plasmarsi e prendere forma, per essere il meglio di ciò che lui stesso può essere. 
Le competizioni di parkour non sono nate perchè i praticanti le hanno organizzate, dal basso; sono state calate dall'alto da parte di grandi sponsor, con il fine di farsi pubblicità.
Abbiamo assistito all'organizzazione del redbuM art of motion, del barcOLcard world freerun championships, dell'EmPtYv ultimate parkour challenge. I grandi finanziatori hanno rovesciato soldi su società che organizzano eventi, queste hanno pagato pochi spiccioli a una manciata di validi (sprovveduti? venduti?) atleti che i media hanno letteralmente sbranato. Qualcuno osa dire che la sponsorizzazione ha portato qualche beneficio alla disciplina? Qual è stato il fine di tali manifestazioni? chi ne ha beneficiato? e chi ci ha rimesso?
I contest che sono ora organizzati "dal basso" (in realtà sarebbe meglio dire "dal mezzo") sono solo delle imitazioni delle grandi manifestazioni, con lo scopo, il più delle volte, di attirare i soldi dei grandi sponsor. Ingolosiscono con premi in denaro, promettono grande visibilità e gli sponsor le alimentano. Chi vi partecipa per quale motivo lo fa? per il piacere della condivisione? per migliorare? se così fosse perché non si ragiona su quali sono le forme più efficienti per il raggiungimento di questi obiettivi? e perchè non si ragiona dall'esterno, dal punto di vista degli spettatori? loro cosa ci guadagnano dall'essere testimoni passivi di evoluzioni ultraumane? e cosa perdono?
Queste gare finiscono per premiare la spettacolarizzazione e l'esibizionismo. I media sono attratti dal grande potenziale visivo e a loro volta alimentano questi eventi. Ma lo spingere il proprio limite pressati dalla telecamera, dallo speaker o dagli spettatori non è una qualità di rischio decisamente diversa da quella che tutti noi praticanti conosciamo? Sarà un caso che molti dei peggiori infortuni si sono verificati proprio nella cornice di questi eventi? quanti anni dovranno passare prima che si accumulino dati sufficienti a dimostrare quanto i tassi e la gravità degli infortuni cambiano passando dalla "pratica del parkour" alla "gara di parkour"?
Sostituire il fine della pratica cambia forzatamente il mezzo utilizzato, cioè l'allenamento. Se il salto più spettacolare vince, mi allenerò sui tappeti elastici, ripetendo il salto triplo fino a che il corpo non lo assorbe. Ma il parkour senza il buio, la pioggia, la polvere, il duro e lo scivoloso.. questo parkour sarà ancora la disciplina che vorremo praticare? Non vorremo tornare a rompere un salto protetti soltanto dalla nostra preparazione e saggezza?
È vero che la competizione non è un male assoluto. Nello sport è spesso una forza positiva, se debitamente canalizzata. Negli allenamenti di parkour è un'energia grezza che può essere utilizzata - soprattutto all'inizio e con grande cautela - per smuovere le acque, per riportare alla luce il proprio spirito guerriero o istinto animale. Ma quando una pratica viene distorta per essere inserita a forza in una cornice competitiva al solo scopo di arricchire chi organizza o trasmette tali eventi, allora non c'è compromesso.
Crediamo che al momento la nostra disciplina sia ancora troppo giovane. La didattica e la formazione sono ancora in via di sviluppo e ci sono diversi fraintendimenti anche tra i praticanti stessi. La diffusione di gare e contest rischia di compromettere, agli occhi di tanti potenziali praticanti, la visione del parkour e dei suoi potenziali benefici. Pertanto riteniamo che qualunque apertura alla competizione organizzata sia prematura e rischiosa.

SUPER NATURAL TRAINING (SNT):
Fino ad ora abbiamo approfondito quali aspetti negativi traspaiono dalle gare. Se queste ultime, però, hanno mantenuto un così grande impatto sulle persone è evidente che al loro interno mantengono anche delle tematiche costruttive: due sono quelle che abbiamo individuato. La prima è che la prospettiva della gara mantiene alta la motivazione dell'atleta, il quale vede in essa un fine, un obiettivo per il suo allenamento. La seconda è che tramite questi eventi viene innalzato il livello della singola specialità sportiva, permettendo ai partecipanti di confrontarsi con gli altri, prendere coscienza del loro livello ed essere spronati a dare il meglio. 
Non volendo ricadere in una spirale di critiche sterili, abbiamo pensato ad una soluzione che possa conciliare la tensione dell'uomo a misurarsi, senza lasciare che l'agonismo e i ricchi investitori snaturino la nostra disciplina. 
L'idea del Super Natural Training, non certo rivoluzionaria nel contenuto, è di suggerire periodicamente sfide di condizionamento o tecnica. Il concetto di sfida, infatti, si presta a mantenere viva la motivazione dei praticanti. Al contempo, la condivisione degli stessi obiettivi offre l'opportunità per faticare insieme e confrontarsi, lasciando la possibilità a chiunque di affrontare l'allenamento dando il proprio massimo, qualunque esso sia.
Questo progetto nasce soprattutto per garantire allenamenti collettivi tra le varie sedi di Parkourwave, penalizzate dalla distanza geografica. I Super Allenamenti Naturali rappresenteranno per noi Wavers, e per chiunque voglia, un metodo per condividere prove impegnative e cercare di muoverci verso un miglioramento comune.
Riusciremo a dimostrare che la sola pratica, la tensione all'automiglioramento e all'esplorazione dei propri limiti sono motivi sufficienti per aggregare una comunità e per mantenere viva la motivazione? E a dimostrare che essere forti significa anche guardare lontano e non accettare proprio tutte le condizioni che il sistema sociale, politico ed economico in cui siamo immersi tende ad imporci?

Perseverare come onde nella pratica e nella divulgazione della disciplina in tutti i suoi aspetti, anche quelli nascosti.

martedì 24 agosto 2010

Il giusto valore all'Estetica?

Ricordo con precisione che David Belle, in un'intervista (mi pare una nella trasferta a NY), sottolinea come lo "stile" di un movimento sia da mettere in secondo piano rispetto alla capacità di portare a termine un "problema"; cioè bisogna concentrarsi più sulle qualità fisiche che ci permettono di compiere uno o più movimenti grossi (esplosività, resistenza, focus, sicurezza ecc..) piuttosto che affinare la leggerezza, le coordinazione e la tecnica che ci permettono di mantenere un flow perfetto. Comprendo qual'è il punto di vista di David Belle, è mosso dall'utilitarismo puro: un pompiere che salta da un tetto e si salva la vita, 'fanculo al flow! Però..

Secondo me alcuni canoni estetici (si parla di estetica naturale) ci si sono impigliati nei geni, durante il lungo periodo in cui gli ominidi si sono evoluti potrebbe essersi fissato un senso estetico per i movimenti fatti bene, curati e sicuri. Il valore adattativo di questo senso estetico è presto detto: riconosco il bello in un movimento ben eseguito (leggi sicuro, silenzioso e efficiente), cerco di imitare il bello (leggi mi focalizzo sull'efficienza dei miei movimenti). Ovviamente è tutto un castello di carte, il mio.

Rimane il fatto che molti praticanti, come me, cercano nel parkour non solo un sistema integrato per superare gli ostacoli, ma una disciplina totale, che ci permetta di continuare a crescere, sempre. Ecco quindi che il "flow" acquista un posto importante nel mio parkour. Il valore dello "stile", che riconosciamo subito come estetico quando lo vediamo da fuori, è duplice quando lo analizziamo da dentro: è un buon modo per essere sempre focalizzati sul momento presente, sul movimento che si sta eseguendo e non su quello che ci aspetta tra pochi secondi, e un metro che ci permette di misurare quanto "possediamo il movimento".

Discipline is not so much about imposing something than focusing on what you do and try to give what you do some efficiency and style. So there's no like "I focus now because I'm training". Training is all the time and never ends, especially regarding the little details of life. If we take a seat, we try to be as silent and light as possible. If we open a door, same. We want to use a few energy as possible in the daily routine. We want to break the daily routine by being aware. That's discipline.

PS: Tra le due fotografie, quale movimento appaga maggiormente il vostro senso estetico? ;)

venerdì 26 marzo 2010

Rieccomi in italia

Bene, sono tornato. Purtroppo non intendo scrivere un resoconto del mio viaggio, sarebbe troppo personale (veramente) e troppo lungo (ho scritto circa 200 pagine di diario). Dico solo che non ho allenato il corpo in maniera specifica per circa 50 giorni e ne risente (vista anche una dieta poco calorica). Comunque ne esco decisamente arricchito, risoluto anche nel procedere con lo studio del parkour. E non è poco.
Sono molto contento di vedere che le cose si muovono un poco anche nella nostra vecchia e svogliata italia, eventi, iniziative.

Inoltre sono veramente orgoglioso di leggere questa news da sito di pkgen.. Questo è esattamente il tipo di gratificazione che dovrebbe far piacere a tutti noi che abbiamo abbracciato il parkour con una certa impostazione e un preciso metodo di allenamento. Anche i monaci del tempio di Shaolin a Londra riconoscono che il parkour è una disciplina, se portata avanti come abbiamo imparato a fare. In barba a chi lo crede un gioco e lo pratica con poca serietà, per poi sorprendersi se viene criticato.

Ora esco ad allenarmi, ho tanto da fare.

sabato 20 febbraio 2010

Palestra e desiderio

Diventare più forti non significa solo affrontare e sconfiggere alcune paure ma anche resistere alle prorprie debolezze, abbandonare alcuni desideri.
La palestra, dal mio punto di vista, rappresenta la brama di diventare più bravo più rapidamente. Solo in palestra si raggiungono certi livelli e solo con l'attrezzatura giusta si possono imparare alcuni movimenti. La palestra è come lo specchio per un narciso, il suo tesoro e la sua dannazione. Si rischia di scambiare il mezzo per il fine: il parkour è il mezzo per diventare forti e maestri dello spostamento (il fine), viceversa mi sembra che la palestra sia il mezzo per diventare bravi nel parkour (il fine). Ma quest'ultimo è un desiderio che mi sono impegnato ad abbandonare (per quanto mi sia possibile).
Ecco perchè non mi è mai andata a genio l'idea di allenarmi in palestra, tuttavia posso capire che questo tipo di ambiente sia funzionale all'approccio degli studenti più in difficoltà.

Basta, tutto qui.. solo un pensiero fugace che mi piaceva ancorare.

lunedì 18 gennaio 2010

Antica sostanza per nuove forme

Questo video ha partecipato alla rassegna Walls and Borders, all'interno del Festival del Cinema di Torino 2009 ed è stato realizzato da una collaborazione tra Andrea Zambelli, Andrea Salimbene e me.
Il corto non si pone come obiettivo quello di rappresentare il Parkour nel suo svolgimento motorio. Piuttosto il tentativo è stato quello di mostrare, attraverso una sorta di percorso metaforico,  la tensione verso l'automiglioramento, la crescita personale ed il superamento degli ostacoli. Ciò che rende il parkour una disciplina.
Il montaggio e la regia hanno quindi privilegiato il trasporto emotivo e l'estetica a discapito dell'obiettività che a me sta tanto a cuore.. questo video è quindi totalmente al di fuori delle mie norme sull'etica nei video di parkour. Spero che non me ne vogliate e che possiate capire come, nella realizzazione di un video con questo particolare e arduo intento, io abbia dovuto trovare delle mediazioni.
La scelta di utilizzare l'Hagakure di Tsunemoto non è stata casuale, questo testo è sempre stato per me fonte di ispirazione e per la sua natura sintetica ed epigrafica si prestava perfettamente allo scopo. Dalla scelta del testo al titolo: per quanto possa cambiare la forma del contenitore, la sua utilità rimane nel fatto che è vuoto.
Buona visione.

http://www.youtube.com/watch?v=p3NIgzO0in8


mercoledì 7 ottobre 2009

Una discesa

Per ricordarci dei bei momenti estivi, ecco un piccolo video di percorso (solo jutsu)..



Alcune considerazioni sull'etica (per capire di cosa parlo leggete qui e date un'occhiata qui).
Autosservazione: piani ampi privilegiati, niente obiettivi distorcenti, piani sequenza abbastanza lunghi; minimo dei tagli possibili con una telecamera, velocità e suono immodificati, percorso montato ma eseguito realmente; il materiale è stato accumulato in un giorno, nessun movimento è stato ripetuto ("buona la prima"), la zona era nota ma i movimenti non sono stati studiati nel dettaglio.
Autovalutazione: 4/5

Sarebbe bello avere 6 o 7 telecamere, l'unico sistema per beccarsi un bel 5 su 5!

domenica 27 settembre 2009

Essere forti

L'uomo forte deve possedere queste doti:
  • Resistenza: poter eseguire, senza debolezza, un lavoro prolungato e di sopportare ogni genere di fatica - temprati al freddo, al caldo, alle intemperie.
  • Potenza muscolare: poter eseguire, con ogni parte del corpo, sforzi sufficienti in tutti i sensi.
  • Velocità: capacità di poter fare gesti vivi - scatti rapidi - partenze istantanee ad un dato segnale.
  • Abilità: destrezza, non solamente nel servirsi dei propri muscoli e utilizzare le proprie attitudini per raggiungere un preciso risultato, ma anche nell'economizzare le proprie forze per ritardare la comparsa della fatica.
  • Qualità del carattere: energia, volontà, coraggio, sangue freddo, colpo d'occhio, decisione, fermezza, tenacia, resistenza ai dolori fisici e morali.
  • Sobrietà: temperanza e frugalità nel bere e nel mangiare.

da "Le code de la Force" di Hébert

Qualche attinenza con l'Esprit Yamak?
Molti nomi, una via..


ps: qualche settimana fa (ma me ne sono accorto solo oggi) anche Dan di pkgen ha scritto qualcosa sull'essere forti, prendendo la questione dall'altro verso.. Ovviamente mi trova d'accordo, ma voglio vederci una certa complementarietà. Voglio capire me stesso ma, nel frattempo, voglio essere forte. Che pretese, eh?!

domenica 13 settembre 2009

Ispirazioni cinematografiche

Rapa Nui è un film degli anni novanta che narra della catastrofe demografica dell'Isola di Pasqua. Quando penso al metodo naturale, immancabilmente, la mia mente va a questo film. Per me è una grande ispirazione, oltre che ad un bel film. Lo consiglio a tutti (potete vederlo qui)!

Già che ci sono elenco qualche altro film che, in un modo o nell'altro, può essere di grande ispirazione:
  • Rocky 4: la scena dell'allenamento (eccola)
  • L'ultimo dei Mohicani: la scena della caccia (eccola) e la scena finale (eccola)
  • L'impero colpisce ancora: su dagobah, un po' forzata ma passatemela:) (eccola)
Siccome sono sempre a caccia di spunti (e di buoni film!), vi prego di elencare tutti quelli che vi vengono in mente e che siano attinenti all'allenamento naturale e allo spostamento (ovviamente tralasciate i vari Banlieue e Yamak)..

mercoledì 2 settembre 2009

Soffia, soffia..

L'ossigeno atmosferico, comparso a seguito della diffusione della fotosintesi, diventa elemento necessario per i processi ossidativi del metabolismo degli organismi aerobi che possono, finalmente, colonizzare la terra ferma. Evolvono così numerosi organi per gli scambi gassosi, noi mammiferi abbiamo (insieme ad alcuni pesci, anfibi, rettili ed uccelli) i polmoni (interi libri riassunti in due frasi..).
La necessità di ossigeno dipende dal livello metabolico: tutte le attività che aumentano il consumo energetico aumentano il consumo di ossigeno, ad esempio l'attività motoria. I vertebrati possono, generalmente, adattarsi a necessità variabili mediante la modificazione della frequenza e dell'ampiezza degli atti respiratori. Nell'uomo la respirazione è controllata principalmente dal centro respiratorio bulbare, che risponde ai mutamenti del livello di idrogeno e anidride carbonica nel sangue ma anche alle variazioni di temperatura e di attività motoria.
Simbolicamente troviamo una relazione tra la respirazione e la vita spirituale nella letteratura, nella mitologia, nell'etimologia e nel linguaggio popolare. Alcuni esempi: il Pneuma greco (o soffio divino) è l'elemento costitutivo di ogni cosa, spirare significa morire ed anche soffiare, avere una brutta aria significa avere qualcosa che non và. Altri lavori (si veda Chiozza) si sono spinti più in là, identificando fantasie inconsce specifiche del polmone: ogni affezione organica diventa, quindi, psicosomatica. Viceversa ritengo che l'allenarsi a "utilizzare" i polmoni in modo "corretto" sia indispensabile non solo per la buona salute generale, ma anche per un'attività motoria efficiente e prolungata.

Nel corso della mia esperienza di atleta ho avuto modo di sperimentare l'importanza cruciale della respirazione in tutte le attività motorie (e non solo). Ho quindi svolto alcune ricerche nel campo dello Yoga, del Qi Gong, della medicina tradizionale e della fisiologia. Qui di seguito cercherò di ordinare le idee che mi sono fatto e che, spero, possano tornare utili. Non vuole essere una trattazione esaustiva, per approfondire consiglio di fare delle ricerche più accurate.


  • Respirazione diaframmatica: questo è il primo passo avanti. In tutte le scuole di arti marziali e di yoga la insegnano: bisogna respirare abbassando e alzando il diaframma, muovendo poco i muscoli intercostali e le clavicole. La respirazione diaframmatica avviene nelle parti più profonde e capaci dei polmoni che, invece, vengono lasciate inattive (con possibili ristagni di aria) nella respirazione alta. Si aumenta, così, il volume d'aria utilizzabile ad ogni inspirazione, si riduce il consumo energetico dell'attività respiratoria, aumenta l'efficienza dell'espirazione e si abbassa il baricentro. Un esercizio utile ad allenare il diaframma è la respirazione del cane (come la insegnava l'Horshumain): con la lingua fuori dalla bocca, compiere inspirazioni ed espirazioni molto rapide (tipo un cane stanco), in questo modo si usa solo il diaframma (attenzione a non prolungare troppo l'esercizio, si rischia l'iperventilazione). Il lavoro del diaframma, inoltre, pratica un benefico massaggio sugli organi sottostanti.
  • Respirazione completa: utilizza tutti i muscoli respiratori insieme, prima si abbassa il diaframma, poi si aprono le costole e, infine, si sollevano le clavicole. Ciò permette di massimizzare il volume polmonare (è infatti utilizzata da molti apneisti). L'espirazione è a carico del diaframma, che si alza a schiacciare i polmoni dal basso. Col tempo si riuscirà a compiere la serie di movimenti in maniera naturale e non frammentata.
  • Respirazione ritmica: può essere usata sia la respirazione diaframmatica che quella completa, ciò che importa è il ritmo. Si deve prendere come unità fondamentale il battito cardiaco (toccandosi il polso con le dita) e bisogna cercare di sincronizzare il respiro con un numero fisso di pulsazioni. In alcune scuole (indiane) si consiglia di usare 6 battiti per l'inspirazione, 3 per la retenzione, 6 per l'espirazione e altri 3 per l'interrespirazione (in generale l'importante è mantenere le proporzioni); altre scuole (soprattutto cinesi) raccomandano di far durare l'espirazione il doppio dell'inspirazione e di accorciare la retenzione e l'interrespirazione. Per i nostri fini è molto utile un altro tipo di respirazione ritmica, quella basata sul ritmo del movimento: ho trovato molto utile imparare ad aggiustare la mia frequenza ed intensità respiratoria sul passo della corsa. Così, in salita avrò un certo passo e ne conseguirà un certo ritmo respiratorio, in discesa sarà diverso. Per fare ciò utilizzo dei mantra, che mi invento di volta in volta, e che mi aiutano a tenere il ritmo e l'intensità costanti.
Quest'argomento è davvero enorme, c'è molto, molto più da dire. Solo una piccola nota: gli esercizi di respirazione non vanno presi alla leggera, possono permetterci di compiere azioni incredibili ma possono anche essere pericolosi se non si sà ciò che si sta facendo.

venerdì 7 agosto 2009

Sulla felicità

Ecco un estratto da un articolo che ho letto sull'Internazionale di questa settimana. L'autore è Pico Iyer e scrive per il New York Times.

[...] Non ho la bici ne la macchina, la tv non la capisco e non ho altri mezzi di comunicazione. Le mie giornate sembrano durare un'eternità, eppure non mi viene in mente niente che mi manchi. Non sono un monaco buddhista e non posso dire di amare la privazione o l'idea di dover fare un'ora di strada per stampare l'articolo che ho scritto. Ma a un certo punto ho deciso che, almeno per me, la felicità non stava in tutto ciò che volevo o di cui avevo bisogno, ma in tutto ciò che non volevo. Così ho cercato di capire cos'è che davvero conduce alla pace interioreo alla concentrazione, che è il punto più vicino alla comprensione della felicità a cui io sia mai arrivato. [...] Forse la felicità, come la pace o la passione, arriva soprattutto quando non la cerchi. Se preferite la libertà alla sicurezza, se state più comodi in una stanza piccola che in una grande e trovate che la felicità consista nel far corrispondere i desideri alle necessità, allora non è correndo come pazzi che troverete la gioia.


PS: Quel che c'avemo c'avemo, e quel che c'avemo è necessario.

lunedì 20 luglio 2009

Specialisti

Pur restando all'interno del ristretto gruppo degli usufruitori di placenta.

Specialisti nella brachiazione:



Nell' arrampicata:



Nella corsa ad ostacoli:



Nel nuoto:



Nel salto:



Nella maratona:


Nel volo libero:




Beh, consoliamoci un poco.
Konrad Lorenz (1943) ha definito l'uomo come specialista nel non essere specializzato e proprio da questa caratteristica deriva la sua universalità. Con l'esempio di una ipotetica gara sportiva, Lorenz ha dimostrato che l'uomo può essere superiore ad ogni altro animale [in determinate circostanze, n.d.r.]. Poniamo che esso debba effettuare una corsa di cento metri, che debba poi tuffarsi in uno stagno, recuperare tre oggetti ad una profondità di cinque metri, nuotare per cento metri, afferrare una corda sulla riva opposta, arrampicarsi su questa per cinque metri e fare infine una marcia di dieci chilometri [...]. Nessun altro vertebrato sarebbe in grado di sostenere tali prove. (da Etologia Umana)
Certo nemmeno tutti gli uomini e donne che conosco ci riuscirebbero, ma questo è un altro problema..


PS: ho scelto filmati ripresi rigorosamente in natura, rappresentanti animali liberi e normali. Ritengo che i filmati di animali che interagiscono tra loro e con l'ambiente artificiale di uno zoo siano decisamente meno significativi.

martedì 14 luglio 2009

Free soloing, secondo principio della termodinamica e koan

Ieri notte sono uscito per completare i tre progetti in free solo notturno che mi ero prefissato da un po' di tempo. Sta mattina ho scoperto che John Bachar è morto durante un free solo, alcuni giorni fa. Io non lo conoscevo, il mio approcio animalesco alle cose, spesso, mi porta a non interessarmi delle storie umane che stanno dietro all'evoluzione di una disciplina. E questo è male, spesso. Per rispetto verso di me e verso di lui, quindi, non sprecherò parole di falso cordoglio, piuttosto penserò alla sua esperienza la prossima volta che starò per arrampicare senza sicura. Ecco chi era:



Solo una cosa vorrei dire, prima di passare ai miei progettini (che ovviamente impallidiscono e si fanno piccini piccini, di fronte a un gigante del genere), agli arrampicatori che vorrebbero vedere la pratica del free solo messa al bando. Se arrivasse qualche colletto bianco e impedisse agli alpinisti di arrampicare perchè, sebbene con la sicura, la gente muore e, d'altra parte, non ha senso salire su una montagna quando ci si può arrivare con la funivia (qualcuno potrebbe sostenere che anche la funivia è pericolosa; al Cermis ci sono morte 20 persone. Ah, ma le ha ammazzate la funivia o l'aereo militare statunitense? Allora forse, in ultima analisi, sono gli aerei da guerra che dovrebbero essere vietati?), cosa direbbero? Forse risponderebbero che può non aver senso per qualcuno ma per qualcunaltro ce l'ha, e che l'importante è essere coscienti dei rischi ed accettarli e che uno deve pur essere libero di fare quello che vuole con la sua vita, finchè non mette in pericolo quella degli altri? Bene, ho concluso, vostro onore.

Ora mi è passata la voglia di parlare delle mie conquiste che, rispetto alla mistero della morte, alla politica e all'etica, sono veramente delle piccolezze. Ecco i problemi risolti (notare che sono anche dovuto scendere, poi) ma immaginateveli al buio.














martedì 7 luglio 2009

Perchè pratichiamo l'arte dello spostamento

Ecco le ragioni evolutie, psicologiche e sociali che ci spingono a fare Parkour..



Della serie: Master of the Environment versus The Noobs.. ;)

domenica 28 giugno 2009

Litania della paura

Non devo aver paura
La paura uccide la mente
La paura è la piccola morte che porta con sè l'annullamento totale
Guarderò in faccia la mia paura, permetterò che mi calpesti e mi
attraversi
E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò
il percorso
Là dove sarà passata la paura non ci sarà più nulla
Soltanto io ci sarò

F. Herbert, Dune


Interessantissimo strumento per la focalizzazione e il rilassamento..
Per un esempio di impiego nel parkour si veda qui.
Io l'ho usata personalmente parecchie volte, è un sutra ed è efficacie.

lunedì 1 giugno 2009

Il Totem

Veniamo al dunque.. perchè squalo, ragno, elefante e gatto?
Beh, negli ultimi anni ho avuto la strana idea di riflettere sulle mie esperienze e sui miei vissuti da un punto di vista simbolico e vagamente psico analitico. Data la mia passione per i modelli socio-culturali più "primitivi" e la mia conoscenza del regno animale, ho deciso di utilizzare il concetto di totem come metafora per capire e descrivere la mia personalità. Totem è una parola di origine Ojibway (una popolazione di nativi americani del ceppo Algonchino come i Mohicani, per esempio) che rappresenta un entità naturale che riveste un particolare significato simbolico per una persona o clan. (per uno spunto sull'intreccio tra evoluzione, psicoanalisi e totem, si veda: http://www.jstor.org/pss/660103)

Mettendo insieme vecchi sogni ricorrenti (soprattutto di squali, ma anche di ragni e gatti), interessi adolescenziali (ragni), esperienze profondamente toccanti (elefanti e gatti) e una certa elaborazione simbolica (aiutandomi con libri, internet e amici competenti), sono arrivato a questi quattro. Tra l'altro ho trovato interessante il fatto che l'ordine (da sinistra a destra, ma in realtà dal basso verso l'alto) sia più o meno coerente con la scala (permettetemi questa semplificazione, e date un'occhiata qui) evolutiva degli animali (lo squalo è più primitivo dell'elefante) ed anche con la primitività dei concetti ai quali gli animali vengono accoppiati. Ecco qui uno schemino che illustra alcune delle connessioni simboliche che mi legano a queste bestie:
  • Squalo: rappresenta l'aggressività orale, le pulsioni predatorie più primordiali
  • Ragno: Anticomformismo e oppositività
  • Elefante: simboleggia la parte saggia e responsabile ma anche determinata
  • Gatto: è l'indipendenza, la curiosità e il narcisismo (nonchè un'integrazione delle figure precedenti)

Oltre ad una connessione simbolica con la mia personalità, questi animali funzionano perfettamente come riferimento nello svolgimento di particolari attività. Mi rendo perfettamente conto che pensare ad un ragno mentre arrampico non mi permette di scalare come spiderman, tuttavia negli ultimi anni, nel campo della psicologia dello sport sono stati descritti una quantità di meccanismi interessanti che possono migliorare le prestazioni (Emotions in sport, capitolo 6). Uno di questi è lo stato di flow, definito come un particolare stato psicologico in cui il soggetto è totalmente assorto nell'attività in svolgimento. Credo che il raggiungimento di tale stato, per esempio, possa essere aiutato da una disposizione interiore positiva che, per me, può essere raggiunta attraverso il pensiero simbolico. Così mi piace pensare di potermi ispirare all'uno o all'altro animale a seconda di quello che sto facendo. Quindi:
  • Squalo: combattimento e spostamento nell'acqua
  • Ragno: arrampicata e movimento in quadrupedia
  • Elefante: corsa, marcia e trasporto di gravi
  • Gatto: scatto, salto, equilibrio, furtività e ritmo

Infine ho pensato bene di dare al mio totem una rappresentazione grafica simbolica. Sono partito dall'aspetto di ciascun animale e, attraverso una serie di passaggi, ho cercato di ridurli a segni, un po' come nel passaggio da un disegno ad un pittogramma per arrivare ad un ideogramma. Alla fine mi sono trovato così soddisfatto della composizione finale (che potete vedere sotto il mio profilo) da eseguirne una su un grosso foglio bianco che ho inquadrettato e appeso sopra il letto!

venerdì 15 maggio 2009

Riguardo all'arte della scherma...

Riguardo all’arte della scherma, un anziano maestro si esprimeva così:

“Nel corso dell’esistenza, la coltivazione di quest’arte richiede la formulazione di una sequenza di livelli.

Al livello più infimo, si ritiene che né noi né gli altri siamo perfettamente addestrati: noi e gli altri siamo incapaci. A questo livello, non si è affatto utili.

Al livello intermedio, non si è ancora utili, però ci si rende conto delle proprie carenze e di quelle degli altri.

Al livello superiore, si è orgogliosi di essere stati assunti, ci si compiace delle lodi e si deplorano le mancanze altrui.

Qui si è finalmente utili.

A un livello ancora superiore, però, si comprende di essere ignoranti, benché gli altri ci ritengono abili.

La maggior parte delle persone rientra in questi quattro livelli.

Tuttavia, esiste un livello che trascende questi quattro:
quello di chi trionfa nella Via, si scopre che i suoi effetti sono infiniti e che l’addestramento non si può mai ritenere concluso. Si comprendono effettivamente le proprie carenze, e non si pensa più alla completezza: si finisce per non coltivare più l’idea dell’orologio, un senso di depressione o di inferiorità.

Il maestro Yagyù Munemori disse:
“Non so come vincere gli altri, ma so come vincere me stesso. Così, oggi, dobbiamo cercare di essere migliori di ieri e, domani, migliori di oggi. Per tutta la vita, giorno per giorno, siamo sempre migliori”.

Y. Tsunemoto, Hagakure epigrammi 40, 41 e 42