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lunedì 9 maggio 2016

Appunti per un sistema di trasmissione del Parkour, Parte 2/3

2. Il problema del Come

"Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco". Confucio

Appunti preliminari (un po’ caotici) sull’Apprendimento
Secondo la classica definizione degli psicologi americani E. Hilgard e G. Bower (1966), l’apprendimento è il processo mediante il quale “si origina o si modifica un’attività reagendo a una situazione incontrata”, senza che tale attività sia originata da “risposte innate” o da “stati temporanei dell’organismo”. In altri termini, apprendere significa creare o modificare un comportamento in modo stabile e durevole (quindi non temporaneo), partendo da stimoli acquisiti dall’esterno (quindi non innati). L'apprendimento è un cambiamento interno (si veda anche Bateson che approfondisce: il cambiamento è un processo che può a sua volta cambiare.. si originano così i 4 livelli di apprendimento). Di che cosa?
Per rispondere occorre una teoria. Quale scegliere? Dalla teoria delle competenze otteniamo tre categorie: sapere, saper fare e saper essere. Nel quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (EQF), vengono usate queste tre categorie analoghe.
  1. Conoscenze”: indicano il risultato dell’assimilazione di informazioni attraverso l’apprendimento. Le conoscenze sono l’insieme di fatti, principi, teorie e pratiche, relative a un settore di studio o di lavoro; le conoscenze sono descritte come teoriche e/o pratiche.
  2. Abilità”: indicano le capacità di applicare conoscenze e di usare know-how per portare a termine compiti e risolvere problemi; le abilità sono descritte come cognitive (uso del pensiero logico, intuitivo e creativo) e pratiche (che implicano l’abilità manuale e l’uso di metodi, materiali, strumenti).
  3. Competenze”: indicano la comprovata capacità di usare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale; le competenze sono descritte in termini di responsabilità e autonomia.
Il cambiamento può quindi avvenire a diverse “profondità” e più è superficiale, più è facile che avvenga. È più facile modificare le conoscenze, basta trasmetterne di nuove. Tuttavia ci sono diversi aspetti negativi del concentrarsi troppo sulle conoscenze: innanzitutto sono meno spendibili nella vita, meno utili. Inoltre c’è il rischio di una collusione inconscia tra docente e discente sulla apparente certezza rassicurante delle conoscenze e sul carattere coesivo per il gruppo delle stesse. Infine questa trasmissione tende a mantenere la dipendenza di chi non sa da chi sa e anche ad irrigidire gli schemi appresi, interiorizzati come corretti ed immutabili. Elliot Jaques, padre di questa teoria, si spinge oltre descrivendo la creatività come la capacità di lavorare e risolvere problemi. Gli psicologi attribuiscono alla creatività “il pensiero divergente” e alla trasmissione di conoscenze “il pensiero convergente”. Mentre quest’ultimo privilegia la certezza, il primo privilegia il rischio.
Per un apprendimento non superficiale (non nozionistico), occorre che il meme abbia un significato sia cognitivo che emozionale, perché solo con l'emozione si ottiene l’interiorizzazione. Lo stesso Jaques, a tal proposito, spiega come le emozioni negative giochino un ruolo chiave nell'apprendimento, perchè sono forti ed educano all’incertezza (qualche analogia con il concetto di Zona di Comfort?). Per lavorare sulle abilità e sulle competenze bisogna quindi suscitare anche delle emozioni. Come si fa?
L'emozione è suscitata dall'esperienza diretta di una relazione interpersonale o con l'ambiente fisico (Dewey, Jaques). Senza esperienza non c'è emozione ed è possibile solo un apprendimento cognitivo (con il rischio di confondere il concetto con la realtà, Jaques). Con le sole conoscenze si posseggono rappresentazioni mentali più o meno adeguate ma non si possiede il loro valore/significato. Per Lindeman "la formazione degli adulti è un processo attraverso il quale i discenti prendono coscienza del significato delle loro esperienze. Questo riconoscimento di senso porta alla capacità di valutazione. Un'esperienza acquisita significa sapere che cosa è accaduto e quale rilevanza quel particolare evento presenta per la nostra personalità”.
E’ importante notare che gli adulti possiedono già un bagaglio di vissuti, di conoscenze empiriche, che sono il materiale su cui ognuno esercita la riflessione (considerazione attiva, persistente e attenta di qualunque forma di conoscenza, alla luce dei fondamenti che la supportano e dell'ulteriore conclusione a cui tende. Dewey 1933). Le esperienze non compiute possono essere sperimentate ex novo attraverso simulazioni o esercizi. Ed è decisivo che all'esperienza segua la riflessione (anche guidata).
L'apprendimento dall'esperienza accompagnato, ad esempio, all'uso del ciclo di Kolb (con feedback e riflessioni personali), alle esperienze simulate e al lavoro collaborativo di gruppo, tende a rendere autonomi i discenti. Non solo, abitua al lavoro creativo (che è massicciamente connesso alla gestione dell’incertezza, vedi Jaques) e suggerisce l'importanza del LifeLong Learning. Organizzare e guidare queste esperienze è ciò che chiamiamo coaching.

Il Coaching
Il coach è un facilitatore dell’apprendimento (Downey 1999). Abbiamo accettato che l’apprendimento è un cambiamento. Ne consegue che il coach dovrebbe essere un facilitatore del cambiamento.
Agevolare un cambiamento, si, ma in quale direzione? La direzione è la cosa più delicata. Credo che essa debba essere attentamente scelta, in uno spettro di possibilità (che un buon coach imposta per deontologia professionale), concertandola con bisogni/aspettative del coachee (il quale il più delle volte non deve nemmeno essere consapevole di questo processo). Questa è la grossa responsabilità del coach: decidere in quale direzione applicare quella leggera spinta che agevola un cambiamento.
Applicare grande sensibilità e cautela: bisogna cercare di districarsi tra i possibili obiettivi a breve, medio e lungo termine di ogni singolo coachee e alla fine, a mio avviso, rivolgersi soprattutto agli obiettivi a lungo termine.
Una delle possibilità per toglierci, almeno parzialmente, da questo impiccio è di educare a capire la struttura del problema, piuttosto che fornire tecniche per risolverlo (si veda il problema del barometro di Rutherford). Troppo spesso, infatti, l’insegnamento viene portato avanti in una direzione prestabilita dall’istruttore e attraverso delle conoscenze statiche. In questo modo, alla fine del processo, lo studente avrà in mano un pugno di sabbia ma sarà convinto di essersi dotato di strumenti per far fronte a situazioni reali.
Il pugno di sabbia è, ad esempio, ciò che penso della maggior parte dei corsi di difesa personale cui ho assistito o partecipato. Si cerca senza successo di trasmettere tecniche perchè quelle tecniche hanno il valore di tranquillizzare ed illudere chi le impara; sarebbe molto più frustrante intraprendere il percorso complesso che porta all’emergenza di abilità che permettono davvero di far fronte ad un’aggressione. Il problema è la totale impreparazione al movimento che è la base per agire con creatività, prontezza ed adattabilità: siamo tornati alla differenza tra conoscenza e abilità.
Alcune scappatoie sono: esercitare skills generiche (via via più specifiche), attaccare la struttura del problema piuttosto che una situazione specifica, usare più i principi che le tecniche (si veda ad esempio la ricerca di Rootlessroot con il progetto FightingMonkey). La danza improvvisata e la Capoeira ci forniscono, invece, degli esempi positivi: fin da subito lavorano sulla struttura più che sulla tecnica e applicano incessantemente in situazioni meno simulate.

Stili di coaching
Come aggirare questo problema? Cercando di integrare diversi stili di coaching, spingendo verso una pratica più autodiretta. Recentemente Marcello Palozzo ha trattato questo tema per il team ci coaches di ParkourWave, ne riporto qui sotto una sintesi. Più in alto si trovano stili più eterodiretti, più improntati all’imitazione, via via che si scende ci si sposta verso stili più autodiretti ed improntati sulla produzione.
  • Comando: vengono fornite dettagliate indicazioni su come eseguire un compito, il coach supervisione tutte le fasi
  • Pratica: il coach assegna ad un piccolo gruppo uno o più compiti che vengono svolti in autonomia
  • Reciproco: lavoro con un partner, ci si corregge reciprocamente
  • Autoverifica: il coach stabilisce dei criteri che i coachee possono usare per autovalutarsi
  • Inclusione: esercizio pensato per permettere a ciascun coachee di lavorare con il gruppo al grado di difficoltà che sente come appropriato
  • Scoperta guidata: metodo inquisitorio, il gruppo viene portato a scoprire un concetto mediante domande poste dal coach
  • Scoperta convergente e divergente: sempre attraverso delle domande si auspica un’unica soluzione ad un problema o una ampia gamma di possibilità
  • Autoinsegnamento: i coachee scelgono tutti i criteri di gestione dell’allenamento
  • Esplorazione libera: esplorazione diretta dell’ambiente senza vincoli
Credo sia opportuno ragionare su come questi stili siano strumenti diversi, non c’è uno stile giusto ed uno sbagliato, piuttosto ci sono scenari che rispondono più o meno efficacemente ad uno specifico stile.

Ricapitolando
Almeno in questo momento storico, da un coach di Parkour ci si aspetta anche (che sia giusto o no, non è pertinente a questa discussione) che sia un allenatore: che aiuti cioè gli allenati a mantenersi in forma e a migliorare le loro qualità condizionali. Ma per quanto riguarda questo argomento possiamo tranquillamente rifarci all’ampia (anche se non certo completa) letteratura di Scienze Motorie.
Per quanto riguarda il coaching, invece.. Il coaching nel Parkour consiste nello scegliere quali stimoli fornire, a quale praticante, in quale modo, in quale momento. Semplice no?

venerdì 21 agosto 2015

Allenamenti solitari estivi?

Boredom is just the reverse side of fascination: 
both depend on being outside rather than inside a situation,
and one leads to the other.

Arthur Schopenhauer




lunedì 26 gennaio 2015

Le donne ed il Parkour a Gaza

Report di 5 giorni di allenamento

29 dicembre 2014 
La presenza di una donna (Betta) praticante di parkour all'interno della delegazione italiana fin dal primo momento ha suscitato interesse nei media. Già durante il primo allenamento, infatti, una televisione locale e la televisione di al jazeera si sono presentate all'allenamento con l'obiettivo di documentare non solo il lavoro  della cooperazione italiana ma anche la presenza dell'unica donna che abbia mai praticato parkour nella striscia di Gaza. È la stessa giornalista a dichiarare ed enfatizzare l'importanza e l'eccezionalità della pratica da parte di una ragazza di una disciplina considerata solo maschile a Gaza oltre che la novità di un allenamento misto.
Il primo allenamento si svolge nella palestra di jabalia, voluta da Muhammad (3run gaza). I giovani e numerosi praticanti sono increduli nel vedere una ragazza che si allena con loro, mantengono le distanze ma si può dire che, al di là del vistoso imbarazzo, non ci siano problemi di accettazione.

30 dicembre 2014
Il secondo giorno ci spostiamo per allenarci nella grande piazza pubblica del quartiere di Sheik Zaied. La situazione cambia drasticamente e la presenza di una donna nel gruppo si rivela di difficilissima gestione. Infatti, non appena i praticanti cominciano ad allenarsi nella grossa piazza, molti adulti locali si radunano senza pudore  intorno alla ragazza, commentandola e seguendo i suoi movimenti, al punto che uno dei praticanti gazawi le chiede fermamente di smettere subito di allenarsi. Spiega che il suo obiettivo è quello di proteggerla dagli evidenti e irrispettosi commenti e sguardi indiscreti. Il messaggio che gli uomini sembrano mandare: "una donna che si allena in piazza tra gli uomini si può guardare e commentare". Particolarmente frustrante è stata la sensazione di impotenza che tutti abbiamo provato a causa del gap culturale e della  barriera linguistica.


31 dicembre 2014
Il terzo giorno ci alleniamo presso l'università statale di Al Aqsa, a Khan Younis. Se siamo sospetti e sull'attenti a causa di quanto accaduto il giorno prima, ci accorgiamo subito di quanto il clima universitario non sia paragonabile  all'atmosfera della piazza di un quartiere periferico.
E proprio in università che, grazie alla determinazione della coordinatrice della carovana Meri Calvelli, siamo riusciti in qualcosa di importante dando luogo ad un breve momento di allenamento misto. Al solito gruppo di praticanti si sono aggiunte una ventina di donne e insieme (o meglio, un cerchio di donne e uno di uomini) ci siamo riscaldati con qualche andatura e giri di corsa. Gli spalti erano gremiti di donne entusiaste e stupite, che incitavano il gruppo e facevano foto.
Il gruppo femminile ha poi continuato ad allenarsi autonomamente seguendo la ragazza italiana. Un episodio che, per quanto isolato, può essere letto come l'inizio di un percorso.                  


1 gennaio 2014
Al quarto giorno di allenamento si percepisce l'evoluzione del rapporto tra la ragazza e i praticanti gazawi. Dall'incredulità e invadenza iniziale, infatti, tanti ragazzi sono passati al rispetto e allo scambio reciproco, non senza qualche scontro diretto e ammonizione dei più arroganti.
I valori quali  l'importanza del gruppo, la condivisione e il rispetto del compagno trasmessi dai coach ai  praticanti si sono estesi anche nel rapporto con la praticante che poco a poco viene considerata come parte del gruppo: incitata, ascoltata, supportata.                                   
Nell'allenamento nella piazzetta pubblica del quartiere di Khan Younis abbiamo l'impressione che il gruppo si senta più rilassato ed è forse proprio questo a far sì che, nonostante le nostre paure, la brutta situazione vissuta nella piazza di Sheik Zaied non si ripeta.
Il pubblico maschile sembra più  rispettoso e meno invadente, anche grazie ai praticanti locali che sembrano aver elaborato strumenti di difesa: consigliando agli uomini di guardare da lontano che si vede meglio, di non commentare perché distraggono ma di applaudire.

2 gennaio 2014
Il penultimo giorno organizziamo un allenamento nella piazza centrale centrale di gaza city.
Un po' a causa dell'infortunio di uno dei coaches italiani e un po' per la stanchezza, la praticante decide di fare da assistente.
I ragazzi accettano qualche consiglio dalla ragazza, oltre che sia lei a scandire i tempi di alcuni esercizi e di  valutarne la correttezza. È una mossa che il primo giorno di allenamento sarebbe stata impossibile. I passanti osservano con ironia penetrante la situazione ma i praticanti continuano.

3 gennaio 2015
Osserviamo i ragazzi esibirsi nel loro show il giorno dell'evento finale, chiedendoci quanto abbiamo trasmesso loro, osservando quanto l'idea di parkour possa essere male interpretata da chi impara dai video di you tube, ma anche quanto il parkour sia facile (facilmente strumentalizzabile?) e bella metafora di libertà e voglia di volare.. oltre l'assedio. 



Alcune voci femminili che ci hanno accompagnato

Rewa: 
"una donna che cammina per strada insieme a degli uomini è considerata a tutti gli effetti una prostituta."

"Durante la cena di capodanno: tutte le donne intorno a noi dentro di loro desiderano ballare, ma da quando c'è Hamas non possiamo più farlo."

"Non mi pace il velo, ma devo metterlo."

Le donne dell'università:
"quando siamo tra di noi guardiamo il video della zumba, una danza che che i piace moltissimo. Ci piacerebbe poter andare in giro in canottiera come queste ballerine."

"Nessuna di noi è sposata, altrimenti non saremmo qui a studiare. A Gaza appena ti sposi perdi la tua libertà. E vivi tra le mura di casa."

"Ti posso mettere il mio velo?"
"Perché? "
"Vogliamo capire se sei bella o no, con i capelli non capiamo."

Betta: 
"Sono rimasta affascinata dai grandi passi fatti in solo 5 giorni. La popolazione mi è sembrata profondamente consapevole e ricettiva, oltre che ironica. Come del resto è il popolo di Gaza che ho conosciuto: ha voglia di libertà,  di progresso, di guardare oltre al muro."

"le donne, che hanno subito anche le restrizioni di Hamas, mi sono sembrate coraggiose, aperte e dignitose. Credo che che si possa pensare ad un percorso di parkour al femminile, dove lo sport diventa strumento di libertà e di rivendicazione."

domenica 8 settembre 2013

Foglio Spiralstone


Ecco la versione digitale del foglio consegnato a tutti i partecipanti all'evento SpiralStone, tenutosi a Valbondione il 29-30 Giugno 2013. Posto qui per chi non avesse partecipato, ed in generale come memoria. Credo che chi ha avuto la possibilità di partecipare all'evento abbia potuto sentire le cose che abbiamo scritto (e molte altre, più nascoste) sulla pelle. Alla ricerca del miglior Parkour possibile..





CHI SIAMO:
ParkourWave è nato come un piccolo gruppo di praticanti italiani che decide di insegnare e tramandare il parkour cosi come lo hanno appreso, allenato e amato, nel solco dei fondatori francesi e della prima generazione di Lisses. Fin da 02subito decidono di affrontare internamente ed esternamente la formazione e l'acquisizione di competenze per affrontare con la migliore qualità questa attività. Diventa una associazione sportiva nel 2012 e tramite i corsi e workshop conta circa 150 soci nel nord italia. Oltre al parkour punta fin da subito sul metodo JungleWave, una fusione tra il sistema parkour e il Metodo Hebertiano, con cui arrichisce la sua proposta formativa.

COS'E' IL PARKOUR PER NOI:
Parkour è un metodo di allenamento, una disciplina sportiva che attraverso lo spostamento nell'ambiente prepara fisicamente e mentalmente il praticante. Ricerca il confronto profondo tra se stessi e l'ambiente circostante, svelando i propri limiti e mettendoci nelle condizioni di affrontarli e superarli. Come ogni percorso il parkour è esplorazione di se stessi e dei luoghi che si affrontano, una ricerca costante di miglioramento e di libertà di muoversi senza limitazioni. Regala una costante ricerca di avventura senza allontanarsi da casa, pur preparandoci ad esplorazioni anche in terreno sconosciuto e non civilizzato. E' una via di crescita senza scuse e senza giustificazioni dove ognuno puo' trovare il suo motivo per praticare, alla ricerca di una migliore armonia corpo-mente, liberandosi di eccesso di razionalità e paure e ritrovando un po' di spirito selvaggio e cuore forte.

LE COMPETIZIONI:
In Italia e nel mondo le discussioni aperte sul tema della competizione nel parkour sono molte e controverse. Troppo spesso viene affrontato questo tema con leggerezza o in maniera confusa. Non solo è delicato ma qualunque discussione si intraprenda a riguardo avviene nel caos dei media e dei social network. 
Noi crediamo che l'introduzione nel mondo del parkour di eventi competitivi come gare o contest possa portare più male che bene.
Forse per chi ha cominciato a praticare da poco è difficile vedere questo problema, abituati come siamo al moderno concetto di sport, legato a doppiofilo alla competizione e alla "gara". Tuttavia chi si avvicina al parkour ne apprezza il fine che si pone: il benessere psicofisico del praticante; la riscoperta di valori forti come la forza di volontà, il coraggio, il rispetto per se stessi e per gli altri, l’autocontrollo, l’umiltà e la capacità di autocritica. Ognuno concorre alla realizzazione di obiettivi strettamente intimi e personali. Ogni singolo individuo cerca di affermare la sua irripetibilità come praticante, di plasmarsi e prendere forma, per essere il meglio di ciò che lui stesso può essere. 
Le competizioni di parkour non sono nate perchè i praticanti le hanno organizzate, dal basso; sono state calate dall'alto da parte di grandi sponsor, con il fine di farsi pubblicità.
Abbiamo assistito all'organizzazione del redbuM art of motion, del barcOLcard world freerun championships, dell'EmPtYv ultimate parkour challenge. I grandi finanziatori hanno rovesciato soldi su società che organizzano eventi, queste hanno pagato pochi spiccioli a una manciata di validi (sprovveduti? venduti?) atleti che i media hanno letteralmente sbranato. Qualcuno osa dire che la sponsorizzazione ha portato qualche beneficio alla disciplina? Qual è stato il fine di tali manifestazioni? chi ne ha beneficiato? e chi ci ha rimesso?
I contest che sono ora organizzati "dal basso" (in realtà sarebbe meglio dire "dal mezzo") sono solo delle imitazioni delle grandi manifestazioni, con lo scopo, il più delle volte, di attirare i soldi dei grandi sponsor. Ingolosiscono con premi in denaro, promettono grande visibilità e gli sponsor le alimentano. Chi vi partecipa per quale motivo lo fa? per il piacere della condivisione? per migliorare? se così fosse perché non si ragiona su quali sono le forme più efficienti per il raggiungimento di questi obiettivi? e perchè non si ragiona dall'esterno, dal punto di vista degli spettatori? loro cosa ci guadagnano dall'essere testimoni passivi di evoluzioni ultraumane? e cosa perdono?
Queste gare finiscono per premiare la spettacolarizzazione e l'esibizionismo. I media sono attratti dal grande potenziale visivo e a loro volta alimentano questi eventi. Ma lo spingere il proprio limite pressati dalla telecamera, dallo speaker o dagli spettatori non è una qualità di rischio decisamente diversa da quella che tutti noi praticanti conosciamo? Sarà un caso che molti dei peggiori infortuni si sono verificati proprio nella cornice di questi eventi? quanti anni dovranno passare prima che si accumulino dati sufficienti a dimostrare quanto i tassi e la gravità degli infortuni cambiano passando dalla "pratica del parkour" alla "gara di parkour"?
Sostituire il fine della pratica cambia forzatamente il mezzo utilizzato, cioè l'allenamento. Se il salto più spettacolare vince, mi allenerò sui tappeti elastici, ripetendo il salto triplo fino a che il corpo non lo assorbe. Ma il parkour senza il buio, la pioggia, la polvere, il duro e lo scivoloso.. questo parkour sarà ancora la disciplina che vorremo praticare? Non vorremo tornare a rompere un salto protetti soltanto dalla nostra preparazione e saggezza?
È vero che la competizione non è un male assoluto. Nello sport è spesso una forza positiva, se debitamente canalizzata. Negli allenamenti di parkour è un'energia grezza che può essere utilizzata - soprattutto all'inizio e con grande cautela - per smuovere le acque, per riportare alla luce il proprio spirito guerriero o istinto animale. Ma quando una pratica viene distorta per essere inserita a forza in una cornice competitiva al solo scopo di arricchire chi organizza o trasmette tali eventi, allora non c'è compromesso.
Crediamo che al momento la nostra disciplina sia ancora troppo giovane. La didattica e la formazione sono ancora in via di sviluppo e ci sono diversi fraintendimenti anche tra i praticanti stessi. La diffusione di gare e contest rischia di compromettere, agli occhi di tanti potenziali praticanti, la visione del parkour e dei suoi potenziali benefici. Pertanto riteniamo che qualunque apertura alla competizione organizzata sia prematura e rischiosa.

SUPER NATURAL TRAINING (SNT):
Fino ad ora abbiamo approfondito quali aspetti negativi traspaiono dalle gare. Se queste ultime, però, hanno mantenuto un così grande impatto sulle persone è evidente che al loro interno mantengono anche delle tematiche costruttive: due sono quelle che abbiamo individuato. La prima è che la prospettiva della gara mantiene alta la motivazione dell'atleta, il quale vede in essa un fine, un obiettivo per il suo allenamento. La seconda è che tramite questi eventi viene innalzato il livello della singola specialità sportiva, permettendo ai partecipanti di confrontarsi con gli altri, prendere coscienza del loro livello ed essere spronati a dare il meglio. 
Non volendo ricadere in una spirale di critiche sterili, abbiamo pensato ad una soluzione che possa conciliare la tensione dell'uomo a misurarsi, senza lasciare che l'agonismo e i ricchi investitori snaturino la nostra disciplina. 
L'idea del Super Natural Training, non certo rivoluzionaria nel contenuto, è di suggerire periodicamente sfide di condizionamento o tecnica. Il concetto di sfida, infatti, si presta a mantenere viva la motivazione dei praticanti. Al contempo, la condivisione degli stessi obiettivi offre l'opportunità per faticare insieme e confrontarsi, lasciando la possibilità a chiunque di affrontare l'allenamento dando il proprio massimo, qualunque esso sia.
Questo progetto nasce soprattutto per garantire allenamenti collettivi tra le varie sedi di Parkourwave, penalizzate dalla distanza geografica. I Super Allenamenti Naturali rappresenteranno per noi Wavers, e per chiunque voglia, un metodo per condividere prove impegnative e cercare di muoverci verso un miglioramento comune.
Riusciremo a dimostrare che la sola pratica, la tensione all'automiglioramento e all'esplorazione dei propri limiti sono motivi sufficienti per aggregare una comunità e per mantenere viva la motivazione? E a dimostrare che essere forti significa anche guardare lontano e non accettare proprio tutte le condizioni che il sistema sociale, politico ed economico in cui siamo immersi tende ad imporci?

Perseverare come onde nella pratica e nella divulgazione della disciplina in tutti i suoi aspetti, anche quelli nascosti.

sabato 7 gennaio 2012

New Tech

Niente apps per iPhone, due esercizi che sfruttano la tecnologia altrui!

1_ Double Laser Jump: 
Il cancello a fotocellula sotto casa si apre e si chiude come una porta normale, non a scorrimento. E' composto da due ante larghe circa 1,5m ciascuna. C'è la possibilità di farne aprire e chiudere una sola al posto che entrambe e la velocità di chiusura è abbastanza alta. Le fotocellule sono mal disposte per inserirsi nel corridoio di ingresso del palazzo: sono ad una distanza di circa 1,8m e ad un altezza di circa 80-90cm.
Nel momento in cui metà cancello comincia a chiudersi (chiudendosi si avvicina) bisogna saltare la prima fotocellula, compiere un rapido passo laterale per passare tra le ante che si chiudono e poi saltare la seconda fotocellula. Se il cancello finisce di chiudersi, la ripetizione è stata buona.
Variante Light Saber:
La variazione più difficile che ho sbloccato finora.. L'inizio è quello del Double Laser Jump ma al posto del secondo salto si rotola sotto la fotocellula e, appena superata, si spicca un salto per tornare indietro. La ripetizione è buona se si riesce a toccare il cancello prima che si chiuda.

2_ Polifemo
Un grande esercizio, se scrivessi tutti i pro di questa prova finirei domani, quindi provatelo e capirete da soli!
Il nemico è un sensore di movimento con alogena integrata, una di quelle cosine che quando camminate in un vicolo buio, improvvisamente vi illuminano a giorno. Beh, io ne ho trovata una che mi sembra essere questa qui.



L'obiettivo è semplice, attraversare l'area del sensore senza far accendere la luce.
Cose che bisogna sapere:

  • questo genere di sensore rileva i raggi infrarossi passivi (PIR). In altre parole reagisce alle rapide variazioni nell'irradiazione di calore, come quelle generate dal movimento di una persona
  • diversi modelli hanno diversi range di rilevamento, dai 100° ai 360°
  • molti hanno anche un sensore anti intrusione che rileva il movimento direttamente sotto al sensore
  • i movimenti che procedono trasversalmente rispetto al sensore vengono rilevati più facilmente rispetto ai movimenti che procedono frontalmente
  • maggiore è l'altezza del sensore maggiore è l'area di rilevamento, ma si abbassa la sensibilità
Al momento (è un paio di mesi che sto lavorando su Polifemo, avrò fatto solo 2 o 3 sessioni) sono riuscito solo a penetrare circa metà dell'area del sensore ma non sono ancora riuscito ad attraversarla incolume. Sostanzialmente se si procede così lentamente da simulare una naturale variazione ambientale degli infrarossi freghiamo il sensore. Il problema è che bisogna procedere dannatamente piano. Oggi sono arrivato al punto più vicino al sensore mai raggiunto, ho percorso circa 1 metro e mezzo in qualcosa come 3 minuti, ovvero procedendo ad una velocità di circa 0,0083m/s.
Consigli: bisogna rilassarsi, tensioni muscolari inutili stancano. E poi con la musica è più facile tenere il ritmo. Occhio che, anche se la velocità angolare della coscia e del piede è la stessa, il piede si muove molto più velocemente!

Buon allenamento..

lunedì 25 luglio 2011

Just a Jump

Mini clip, preso quasi a caso, di un salto che mi chiamava da qualche mese..



Piani fissi, il più ampi possibili; niente obiettivi distorcenti; movimenti interi non montati a mosaico. Velocità naturale e audio naturale. Dichiaro che il movimento è stato aperto sotto l'occhio della telecamera ed è stato ripetuto altre 4 volte. I take nel video sono il secondo, il quinto ed il terzo.

Avanti con i buoni propositi!

mercoledì 5 gennaio 2011

Propositi

Beh, eccomi entrare nel settimo anno di pratica di Parkour, è stata una bellissima avventura fino a qui. Tante soddisfazioni, pochi incidenti (e mai gravi), un sacco di bella gente e tanti discorsi interessanti. Ma ora.. Ora un cazzo, si va "in avanti coma sempre", è solo che.. Beh, la curva della prestazione sta cambiando, non si può negare. Malgrado la maturità muscolare si raggiunga sui tren'anni, i tempi di recupero si allungano e le articolazioni si consumano, inesorabilmente. Sento che il tempo per fare le cose che voglio fare si accorcia e così non mi rimane che accellerare, sperando di prendere quello che riesco prima di dovermi acontentare di mantenere ciò che ho.


Non mi rimane, così, che formulare degli obiettivi ed impegnarmi per portarli a termine. Mi rendo conto che potrei lavorare su ogni dettaglio per 50 anni e avere ancora da imparare, ma ci sono degli aspetti che più passa il tempo più diventano difficili o pericolosi da migliorare; ho tutta la vita per aumentare la mia resistenza nella corsa, ma ho ancora "pochi" salti di fondo nelle ginocchia. Ecco i miei buoni propositi per il 2011:
  • Tecnica. In 7 anni la tecnica che ho allenato meno sono i salti di fondo. Quindi tanto condizionamento per le gambe e tanti salti di fondo. Adesso o mai più..
  • Equilibrio. Voglio prendere la verticale su una mano.
  • Forza. Voglio una trazione monobraccio.
  • Mente. Voglio ridurre il tempo di "apertura" di ogni nuovo salto.
  • Trick. Voglio portare fuori un sideflip sicuro.

giovedì 30 dicembre 2010

Sweet'n'sour

- Ogni tanto anche il "bisogno" di dimostrarsi qualcosa si può lasciare a casa -, sempre che il più delle volte ce lo si porti dietro e si sappia come sfruttarlo a proprio vantaggio. In tha pagliaccio è stato un giochino, una serata libera, l'allenamento è ben altro.

Sweet'n'sour (agrodolce) sintetizza un po' l'emozione di un allenamento duro, la dolcezza del sentirsi in pace, di essere totalmente presenti e l'asprezza della fatica, delle nuove ferite che ci stiamo facendo. In un buon allenamento bisogna porsi un obiettivo, calcolando di spingere il limite un po' più in là dell'allenamento precedente; la disciplina ci permette di spremere corpo e mente per superare un nuovo traguardo. D'altra parte il Parkour senza il condizionamento - mentale e fisico - non sarebbe il Parkour.

Nello specifico. Il movimento in questione, un salto di braccia su una colonna, è stato "sbloccato" solo il giorno prima che venisse girato il video. Ho pensato che ripetere un movimento appena aperto che richiedesse circa l'80% delle mie capacità sarebbe stato una bella prova: oltre a sottoporre il corpo ad un forte stress, avrebbe richiesto una dose di concentrazione molto alta e costante. Ho deciso di farne solo 100 perchè sapevo che avrei subito considerevoli impatti, soprattutto alle articolazioni delle braccia.
 

Risultato: ho portato a termine le mie 100 ripetizioni in 50 minuti, affrontandole a blocchi di 5 (più o meno). L'aspetto limitante, come avevo immaginato, è stato l'infiammazione dei tendini, soprattutto dei gomiti: il rapido bloccaggio necessario a rimanere attaccati alla colonna è tremendo e ripeterlo 100 volte consuma. Intorno alla settantesima ho cominciato ad accusare, e ho dovuto prolungare un po' i tempi di recupero. Per quel che vale penso che i muscoli e la testa avrebbero retto altre 200 ripetizioni. Tornato a casa mi sono spalmato un po' di capidol e mi sono bevuto un paio di medie di pozione equiseto; dopo un paio di giorni di riposo gomiti e spalle sono pronti per il prossimo allenamento.

martedì 7 dicembre 2010

In tha Pagliaccio

Ogni tanto anche il "bisogno" di dimostrarsi qualcosa si può lasciare a casa. Si può uscire, la notte fredda e bagnata, e improvvisare, lavorare sulla percezione, godere della situazione, derivare psicogeograficamente. E così niente virtuosismi, sequenze sporche ed improvvisate, spot nuovi nuovissimi, nel "mio" nuovo quartiere. Quest'uscita è stata un po' come la prima strusciata sul nuovo albero, sto segnando il mio nuovo territorio di allenamento :)
Per quanto riguarda la musica: l'idea originale era senza audio, solo che era troppo noioso e ho optato per una versione più friendly. Il video è stato realizzato in una sera, un'oretta di esplorazione. Mai sottovalutare il freddo e l'umido, sotto le scarpe e sulle dita; rendono movimenti simili molto diversi.

giovedì 16 settembre 2010

Via un po' di sassi dalle scarpe..

  • Perchè sto attivando dei corsi, dopo che per anni ho criticato i corsi di parkour?
La scena del parkour in Italia esiste solo da 6 anni, da quando cioè, il primo workshop di parkour è stato fatto (2005, ). Da subito corsi di parkour sono sbucati in tutta Italia, alcuni addirittura rilasciavano certificati per l'insegnamento e altre patacche. Di fatto chi insegnava parkour aveva alle spalle si e no qualche anno di pratica e, ad andar bene, esperienze in altri campi. Al tempo nè David Belle nè gli Yamakasi si erano ancora espressi sull'insegnamento, e il metodo di allenamento era ancora poco conosciuto. Fino a qualche anno fa, quindi, ritenevo irresponsabili e fuori legittimità coloro che attivavano corsi di parkour. Ora che sono passati un po' di anni e alcune realtà sono cresciute, allenandosi fin da allora, le cose sono un po' diverse. Il parkour è entrato nei media e sempre più ragazzi ci si avvicinano, pericolosamente, da youtube. A questo punto credo che un corso di parkour, tenuto da un traceur esperto, sia il modo migliore (ma non l'unico possibile) per avvicinare un neofita a questa disciplina. Quindi ho deciso di attivare dei corsi per (1) trasmettere, ad un numero crescente di interessati, il parkour nella giusta maniera, cioè non attraverso immagini facilmente fuorvianti (come spiegato in altri post) ma tramite un rapporto personale (che è l'unico modo per trasmettere qualcosa che va al di là dei semplici movimenti) e (2) per provare a dare un'alternativa di qualità al dilagare di corsi di parkour tenuti da gente poco esperta.

  • Perchè ho voluto prendere l'ADPAT? e cosa ne penso delle certificazioni?
La voglia di prendere l'ADAPT ce l'ho avuta sin da quando, in Finlandia ad un meeting, ho appreso in anteprima della sua esistenza. Principalmente la spinta era personale, la voglia di mettersi alla prova e di vedere se i praticanti più esperti del mondo mi ritenevano capace (ok, psicanalizzatemi pure :P). Poi, durante gli anni di attesa e durante le settimane di esame, la mia idea è venuta evolvendosi e ho capito che era necessario un sistema per decidere se legittimare o meno una persona ad insegnare il parkour. Sarò anche ingenuo, ma non credo che dietro alla certificazione di Parkour UK ci sia chissà quale business.. è il tentativo di fare un po' di chiarezza, altrimenti succede come nel mondo delle arti marziali: ognuno apre la sua scuola, tutti litigano su chi insegna lo stile veroe gli studenti non hanno nessuna garanzia di imparare quello che vogliono imparare. Ad ogni buon conto, al momento, non ritengo che chi non sia in possesso di una certificazione non possa o non debba insegnare, certe realtà in Italia sono serie ed affidabili, è solo che non risultano distingubili da tutte le altre, e una rete di conoscenze fidate che si autolegittimano non mi sembra la strada milgiore: rimane un approccio autoreferenziale, locale e pericolosamente italiano.

  • Perchè lavorerò anche in palestra, dopo aver deciso di non allenarmici io stesso?
Il fatto che, come già scritto in un post precedente, io non abbia interesse ad allenarmi in palestra non significa che per me la palestra non va utilizzata (anni fa, comunque, la pensavo diversamente.. ero molto più intransigente su questo punto). Ho capito che della totalità delle persone che cominciano a praticare parkour, solo una minoranza arriveranno a capirlo a fondo e a praticarlo seriamente. Ancora, come nelle arti marziali, non tutti i bimbi che si iscrivono al corso di Judo affonteranno mai un incontro agonistico, ciò non toglie che tutti i bambini che praticano ottangano dei benefici personali. Ecco quindi che la palestra diventa uno strumento utile per avvicinare quanta più gente possibile dando a tutti loro la possibilità di scegliere se diventare dei traceur o se rimanere dei praticanti che si mantengono in forma o vogliono lavorare un po' sul loro equilibrio, per esempio.

  • Perchè ho fatto la scelta di fare lavori commerciali come show, pubblicità o gli stessi corsi a pagamento?
Eccoci al punto principale di tutta la questione.. è sempre una questione di soldi, alla fine, vero? Purtroppo, vedendo negli anni numerosi traceur smettere di praticare per impegni lavorativi, ho capito che l'unico modo per non smettere di allenarmi e non cominciare a considerare il parkour un hobby domenicale, era quello di far coincidere i miei impegni lavorativi con quelli parkouristici. Ed ecco che, dopo aver ricevuto l'ADAPT, ho innescato la catena di eventi che mi hanno portato a decidere di provare ad avere un ritorno economico che mi permettesse di continuare ad investirci tutto il tempo che avessi voluto, fermo restando la questione sulla deontologia professionale su cui mi sono già espresso in precedenza.



Dedicato ai miei più rigidi critici, il Viruz e la Lulu, e a tutti coloro che vanno a fondo se non vedono chiaro.

venerdì 28 maggio 2010

Idee e schemino

Rielaborando parte del materiale che ho accumulato durante le settimane in Inghilterra e aggiungendo vari pensieri emersi negli ultimi mesi di allenamento, è saltato fuori questo schema. Lo schema è "nato" in inglese e così l'ho lasciato, temendo di perdere qualche concetto nella traduzione. Il tentativo è, una volta ancora, di visualizzare il parkour come disciplina ampia, usando le immagini piuttosto che i paragrafi, cercando di trovare una sintesi esaustiva.
In questo schemino (fatto a mano libera perchè mi viene più spontateno, è più veloce e istintivo) penso al parkour come la via per diventari maestri dello spostamento (come recita il motto di pkgen, tra l'altro). Per me essere "maestri dello spostamento" è come essere una pietra in bilico sopra una piramide, a sua volta sostenuta da tre pilastri. Senza i pilastri non può esserci la piramide, se la piramide cresce in maniera disarmonica la pietra cade.
Per quanto riguarda i 3 pilastri del parkour, ho attinto a piene mani dal materiale fornitomi da ParkourUK e scritto dagli Yamakasi, dai Traceur di Lisses e dagli inglesi di PkGen. La piramide, invece, è una mia idea.

martedì 27 aprile 2010

ADAPT parte 2

Le mie settimane a Londra, oltre ad essere state piene di grossi allenamenti sono state cariche di discussioni, nuovi concetti e prospettive inesplorate. Vediamo qui di formalizzare un po' le nuove idee che mi son fatto.
  • Classi, corsi e palestre. Fermo restando che continuo a trovare inutile e pericoloso l'allenamento in palestra (ma per me stesso, non per gli altri, per ragioni che esulano il Parkour in senso stretto), ho interiorizzato parecchie idee di Parkour Generations, dopo lunghe conversazioni con Johann, Blane, Dan e Forrest. Il parto doloroso è questo: non possiamo pretendere che chiunque pratichi il Parkour, lo pratichi con la stessa profondità con cui lo pratichiamo noi; dobbiamo accontentarci di trasferire quel poco di buono che ogni praticante ha voglia di assimilare. A questo punto quindi, le classi, i corsi in palestra e pure le lezioni nelle scuole, mostrano un altro lato: il Parkour sarà un evento lieto, un modo per stare in forma e per migliorare il proprio controllo sul movimento nello spazio, una scusa per fare un po' di moto o anche solo un antidoto contro l'obesità per un bambino sovrappeso. Ebbene si, non tutti i praticanti di Parkour diventeranno dei traceur, ma ciò non vuole assolutamente dire che chi passa dai corsi non possa cominciare a vivere il Parkour come l'abbiamo vissuto noi.
  • Standardizzazione e certificazioni. Beh, su questo punto ero già abbastanza convinto. E' un bene che siano stati i ragazzi di Parkour Generations e della ADDA a porre i paletti e a far riconoscere le certificazioni. Sono più che mai convinto che sia l'unico modo per mantenere pura la disciplina, seppur con la possibilità di trasmetterla a vari livelli. E' come nelle arti marziali, nessuno nega che un karateka debba recarsi in giappone per avere l'esperienza più completa e vera della disciplina (ed è sicuro che debba aspettare il consenso di un maestro certificato prima di insegnare), ma un corso tenuto da un maestro italiano ben preparato (e certificato dai maestri giapponesi) può cambiare la vita di un ragazzino di 8 anni. Magari il ragazzino non sarà mai un gran karateka (oppure lo diventerà, andando a studiare in un vero dojo, seguendo le indicazioni del suo primo maestro che è un vero karateka), ma quanto bene gli potrà aver fatto? Credo molto.
  • Lavoro. Alcuni del collettivo Parkour Generations riescono a vivere di Parkour, trasmettendolo e continuando a crescere nel contempo. Posso assicurare che ho toccato con mano la difficoltà di questa vita: il lavoro, per quanto a Londra ce ne sia parecchio, non arricchisce nessuno, davvero. Forse che anche in Italia si possa sopravvivere in questa nocchia? Credo che proverò a scoprirlo.
  • Struttura dei corsi. Certo c'è da dire che il tipo di insegnamento che portano avanti PkGen e ADDA è ben diverso dai corsi di "parkour" in palestra che si vedono in rete. Posso assicurare che la qualità non si è abbassata e che non si fanno "le cose che i bimbiminchia hanno voglia di fare così c'è più mercato". C'è una rigida deontologia professionale.
Nessuno, di certo non io, si sogna di affermare che per diventare un traceur c'è bisogno di seguire un corso. Ma quanti di noi sarebbero ciò che sono senza il loro primo workshop di parkour? Quanti di noi hanno desiderato spesso di avere un mentore? E quanti si sono accorti di quanto più efficaciemente si impara seguendo un esempio? Il punto centrale è: chi ha tenuto quel primo workshop? Chi era l'esempio che abbiamo seguito? Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere i fondatori, ma cosa succederà quando loro non avranno più il tempo o la voglia di continuare l'opera? Lasceremo morire il Parkour? O chiederemo loro il permesso di portarlo avanti?

lunedì 26 aprile 2010

ADAPT parte 1

Cercherò di sintetizzare un poco il mio viaggetto a Londra di quasta primavera. In questa prima parte riporterò i fatti, sotto forma di diario, che mi hanno visto coinvolto. Nella seconda parte mi lascerò andare un po' alle analisi e ai pensieri. Comunque grazie Eyjafjallajokullu ;)

  • 10 aprile: Arrivo a Brixton (periferia sud di londra, ghetto jamaicano) nella PkGen House (la casa dove vivono Alli, James e Blane) giusto in tempo per mollare lo zaino e schizzare fuori ad allenarmi nello spottone di Elephant&Castle con Alli. Carbonara serale.
  • 11 aprile: Io e James prendiamo un bus e ci dirigiamo a Leicester, per una jam chiamata da Blane (è la sua città natale). Arrivati sul posto incontro parecchi traceur locali e londinesi, tra i quali Dom, Blane, Shirley e Alli. Intensa giornata di allenamento dalla mattina alla sera. Al ritorno fermata all'"All you can eat" e sessione di "foam rolling".
  • 12 aprile: Visita d'obbligo al Natural History Museum di Londra, stupendo. Allenamento serale (nonchè prima lezione di tirocinio per me) con la classe indoor al Morberly Sport Center con Dan e Forrest.
  • 13 aprile: Primo giorno di corso. Mattina, norme di sicurezza per i minorenni; pomeriggio, prontosoccorso. Finite le lezioni io, Alli e qualche altro "Adattante" siamo andati a farci un bell'allenamento a Latimer Rd., spot natale di Alli. Subito dopo seconda lezione di tirocinio alla classe indoor di Westminster tenuta da Chris, Dan, Dom e Alli. Stanchissimo assumo del porridge.
  • 14 aprile: Secondo giorno di corso con Johann e Dom. Mattina, condizionamento; pomeriggio, tecnica. In serata lezione di tirocinio con la classe outdoor a Vauxhall con Blane e Forrest.
  • 15 aprile: Terzo giorno di corso con Dan e Forrest, tema della giornata il coaching e la gestione della classe, time management, team building e altre cose del genere. Studio e compiti per il corso e, in serata, lezione indoor con Andy al Morberly.
  • 16 aprile: Esami con Dan, Johanne, Chris, Blane e Dom. Test scritto, planning di una lezione tipo e prova pratica. In serata classe outdoor a Elephant&Castle con Dan e Dom. Filmetto e relax con Blane.
  • 17 aprile: Pulizia della cucina della PkGen House, faceva vomitare ;). Più tardi allenamento a Vauxhall con James, Alli e Blane e visita agli spottoni di Southbank. Pinte di birra al pub.
  • 18 aprile: Bacon and eggs e allenamentone al Week-end Wake-up con James e Andy. Più tardi secondo allenamentone della giornata ad Archway con Dom e Alli.
  • 19 aprile: Un po' di relax alla mattina. La sera lezione indoor all'"Accademia di Blane" con Alli, James e Blane, ovviamente.
  • 20 aprile: Allenamento notturno stealth a Elephant&Castle con Blane e Shirley, poi sushi e filmetto. Abbiamo salvato un nano da giardino di nome Met.
  • 21 aprile: Lezione con i bambini della scuola di Pimlico con Blane e James, molto formativa. In serata classe outdoor a Latimer Rd. sempre con James e Blane. Era la mia nona lezione e ho ricevuto il primo Assessment. Serata a casa con gli inquilini e Chris e Brian.
  • 22 aprile: Salto un allenamento al Kilburn Park, sono devastato. In serata classe indoor al Morberly con Andy e Forrest. La mia decima lezione e il mio secondo Assessment. Ufficiosa consegna dell'"ADAPT 1.5" da parte di Forrest. Nottata passata con James e Alli alla ricerca di un ristorante jamaicano, alla fine beviamo un tè a casa.
  • 23 aprile: ritorno in Italia senza inconvenienti a parte la nostalgia per la PkGen House.

    venerdì 9 aprile 2010

    ADAPT London

    Beh, sono un po' emozionato, le cose sono avvenute in una finestra temporale ridotta, neanche mi sono accorto e domani sono già a Londra. Avendo risparmiato di pubblicare i miei pensieri mistico-scientisti del viaggio in Asia, prometto una trattazione dettagliata della mia esperienza londinese. 
    Intanto posso dire che gli "esami" per questa prima sessione dell'"ADAPT Instructor Qualification Course" si svolgeranno tra martedì 13 e venerdì 16, i candidati sono 16 e sarò l'unico italiano. Altro non so.

    Purtroppo Londra è una delle città più care al mondo e prevedo di spendere quasi quanto ho speso in un mese in asia.. Fortunatamente sono riuscito a trovare ospitalità presso un gentile traceur anonimo (;)) che vive a Londra e questo mi aiuterà ad abbatere notevolmente i costi (oltre che a godere maggiormente della vita sociale di PkGen, o almeno spero!). Inoltre dovrò viaggiare con uno zaino pieno di vestiti che prevedo di inzuppare di sudore e sangue (ma niente lacrime..). Spero di potermi concedere almeno una visita al London Natural History Museum, sarebbe un peccato imperdonabile perderselo.


    Dalla volta di luce all'ora che tramonta il sole,
    la voce degli uccelli si confonde con l'altra, del torrente.
    La verde via del ruscello volge alla lontananza;
    gioia della solitudine, avrai tu mai fine?

    WangWei e P'eiTi

    Londra porta nuove prove.

    sabato 3 aprile 2010

    Scheletro di un allenamento

    A gennaio mi annoiavo, così ho deciso di fare un videino. Speravo di riuscire a coordinarmi con altri Traceur per farne uscire 4 o 5 a distanza ravvicinata ma gli impegni sembrano attanagliare chiunque, così ho deciso di uploadarlo lo stesso, visto che ormai l'avevo fatto. Senza pretese di essere esaustivo, è un esempio di allenamento. Ho cercato di non concentrarmi troppo sulla perfezione dei movimenti anche per chiarire quanto sia lunga la ricerca, ho dato poco spazio alla tecnica perchè quella si trova in qualsiasi altro video. Spero che possa essere utile ai novizi come un canovaccio su cui aggiustare i propri esercizi.

    Due cose:
    • Il set di esercizi che mostro non è completo: soprattutto le gambe non vengono allenate con cura.. ancora una volta ripeto, non prendete questo video come una tabella di allenamento completa. Ma, in effetti, è così che mi alleno io: pur esercitando un po' tutto in ogni sessione, mi concentro un giorno sulle gambe e quello successivo su braccia e tronco, ad esempio.
    • Molti degli esercizi che si possono fare non vengono mostrati per svariati motivi, primo tra i quali che non riesco a fare tutti gli esercizi che conosco in una sola sessione di allenamento.
    • Quelle che chiamo flessioni si chiamano, più correttamente, piegamenti. Scusate l'inesattezza (e scusate tutte le altre che troverete ;)).