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martedì 24 agosto 2010

Il giusto valore all'Estetica?

Ricordo con precisione che David Belle, in un'intervista (mi pare una nella trasferta a NY), sottolinea come lo "stile" di un movimento sia da mettere in secondo piano rispetto alla capacità di portare a termine un "problema"; cioè bisogna concentrarsi più sulle qualità fisiche che ci permettono di compiere uno o più movimenti grossi (esplosività, resistenza, focus, sicurezza ecc..) piuttosto che affinare la leggerezza, le coordinazione e la tecnica che ci permettono di mantenere un flow perfetto. Comprendo qual'è il punto di vista di David Belle, è mosso dall'utilitarismo puro: un pompiere che salta da un tetto e si salva la vita, 'fanculo al flow! Però..

Secondo me alcuni canoni estetici (si parla di estetica naturale) ci si sono impigliati nei geni, durante il lungo periodo in cui gli ominidi si sono evoluti potrebbe essersi fissato un senso estetico per i movimenti fatti bene, curati e sicuri. Il valore adattativo di questo senso estetico è presto detto: riconosco il bello in un movimento ben eseguito (leggi sicuro, silenzioso e efficiente), cerco di imitare il bello (leggi mi focalizzo sull'efficienza dei miei movimenti). Ovviamente è tutto un castello di carte, il mio.

Rimane il fatto che molti praticanti, come me, cercano nel parkour non solo un sistema integrato per superare gli ostacoli, ma una disciplina totale, che ci permetta di continuare a crescere, sempre. Ecco quindi che il "flow" acquista un posto importante nel mio parkour. Il valore dello "stile", che riconosciamo subito come estetico quando lo vediamo da fuori, è duplice quando lo analizziamo da dentro: è un buon modo per essere sempre focalizzati sul momento presente, sul movimento che si sta eseguendo e non su quello che ci aspetta tra pochi secondi, e un metro che ci permette di misurare quanto "possediamo il movimento".

Discipline is not so much about imposing something than focusing on what you do and try to give what you do some efficiency and style. So there's no like "I focus now because I'm training". Training is all the time and never ends, especially regarding the little details of life. If we take a seat, we try to be as silent and light as possible. If we open a door, same. We want to use a few energy as possible in the daily routine. We want to break the daily routine by being aware. That's discipline.

PS: Tra le due fotografie, quale movimento appaga maggiormente il vostro senso estetico? ;)

lunedì 28 dicembre 2009

Utilità parte 1 di 2

Quando si discute della cosiddetta "utilità" nel parkour spesso lo si fa in maniera generale, se non addirittura a livello ideale e congetturale. La questione è che per parlare intorno all'utilità, bisogna prima aver chiaro quale sia l'obiettivo dello spostamento in ogni determinato caso considerato.

In natura gli animali si spostano (quelli che possono) per ragioni ben precise: scappano o inseguono, cercano di raggiungere il più velocemente possibile un punto nello spazio (una marmotta che esce da un buco per entrare in un'altra tana), cercano di raggiungere un' area distante (le grandi migrazioni dello gnù), tentano di raggiungere luoghi inesplorati (un lemming che attraversa un lago per trovare più cibo), attraversano un luogo cercando di non essere notati (un coniglio che attraversa un centro abitato) oppure utilizzano le loro abilità per mostrare agli altri quanto sono forti (un macaco dominante). Raggruppo le tipologie di spostamento sopra citate in due insiemi, per chiarezza: lo spostamento propriamente detto (tutti gli esempi tranne l'ultimo) e il display competitivo (l'ultimo).

Per prima cosa vorrei parlare del display competitivo. Malgrado molti siano portati a pensare che nel "civilizzato" mondo di Homo sapiens la competizione non esista più, io la penso in maniera diversa (anche se il problema di quali meccanismi la regolino è quantomai sfaccettato e complesso). Senza parlare di cose più grosse di noi come la globalizzazione, le multinazionali e il neocolonialismo, ma rimanendo nel dominio individuale, la competizione tra esseri umani è onnipresente. Al giorno d'oggi si compete per trovare un posto di lavoro, per guadagnare di più, per riprodursi di più, per avere maggior potere. Ecco che il display competitivo, nel nostro caso espresso dall'abilità di spostarsi, entra in gioco, promuovendo la nostra carriera o aumentando il nostro ascendente su chi ci guarda. In quest'ottica, ovviamente, si inserisce anche il freerun, non solo per le evoluzioni poco utili (ma parecchio appariscenti), ma anche per l'approcio spettacolarizzante che si assume. Ad ogni buon conto tutto ciò rguarda anche il parkour e come viene inteso e praticato in certi frangenti. Alcuni concetti più particolari, in ordine un po' sparso:
  • Il tipico assembramento di freerunners a formare un cerchio all'interno del quale un atleta si esibisce nell'evoluzione più cazzuta. Non trovo espressione migliore per descrivere questo fenomeno di lek: parola che descrive un gruppo di maschi di una specie, radunatisi con l'obiettivo di mostrare la propria "bravura".
  • La ricerca, spesso presente, del modo per rendere ogni movimento il più spettacolare o travolgente possibile, attraverso mezzi tecnologici (obiettivi, slow-motion, musiche, si veda la questione della rappresentazione per una trattazione più dettagliata) o altri display comportamentali (atteggiamenti di esaltazione alla fine di un movimento, ovazioni di gruppo).
  • Per i migliori ci sono in palio parecchi soldi.. si sa che il mondo dello spettacolo paga bene. Entrare nell'ambiente giusto significa anche guadagnare fama, vedere aumentata la propria posizione sociale ed economica.
  • Nell'ottica del display competitivo si può inserire, sotto certi punti di vista, anche il condizionamento.
Concludo precisando che queste riflessioni non hanno nessun valore morale, non sto dicendo che chi agisce per primuovere i propri interessi in questa maniera sia una cattiva persona, assolutamente. Quello che mi preme è che esista consapevolezza di quello che si fa, che quando si parla di utilità (o di libertà), si sappia a cosa ci si riferisce in questi casi.
Per tornare al tema centrale: anche movimenti inutili e spettacolari hanno una loro utilità, ma dal momento che essa non è pertinente allo spostamento, non è il tipo di utilità di cui si parla riferendosi al parkour.

Nel prossimo post affronterò la questione dell'utilità nello spostamento propriamente detto.

mercoledì 2 settembre 2009

Soffia, soffia..

L'ossigeno atmosferico, comparso a seguito della diffusione della fotosintesi, diventa elemento necessario per i processi ossidativi del metabolismo degli organismi aerobi che possono, finalmente, colonizzare la terra ferma. Evolvono così numerosi organi per gli scambi gassosi, noi mammiferi abbiamo (insieme ad alcuni pesci, anfibi, rettili ed uccelli) i polmoni (interi libri riassunti in due frasi..).
La necessità di ossigeno dipende dal livello metabolico: tutte le attività che aumentano il consumo energetico aumentano il consumo di ossigeno, ad esempio l'attività motoria. I vertebrati possono, generalmente, adattarsi a necessità variabili mediante la modificazione della frequenza e dell'ampiezza degli atti respiratori. Nell'uomo la respirazione è controllata principalmente dal centro respiratorio bulbare, che risponde ai mutamenti del livello di idrogeno e anidride carbonica nel sangue ma anche alle variazioni di temperatura e di attività motoria.
Simbolicamente troviamo una relazione tra la respirazione e la vita spirituale nella letteratura, nella mitologia, nell'etimologia e nel linguaggio popolare. Alcuni esempi: il Pneuma greco (o soffio divino) è l'elemento costitutivo di ogni cosa, spirare significa morire ed anche soffiare, avere una brutta aria significa avere qualcosa che non và. Altri lavori (si veda Chiozza) si sono spinti più in là, identificando fantasie inconsce specifiche del polmone: ogni affezione organica diventa, quindi, psicosomatica. Viceversa ritengo che l'allenarsi a "utilizzare" i polmoni in modo "corretto" sia indispensabile non solo per la buona salute generale, ma anche per un'attività motoria efficiente e prolungata.

Nel corso della mia esperienza di atleta ho avuto modo di sperimentare l'importanza cruciale della respirazione in tutte le attività motorie (e non solo). Ho quindi svolto alcune ricerche nel campo dello Yoga, del Qi Gong, della medicina tradizionale e della fisiologia. Qui di seguito cercherò di ordinare le idee che mi sono fatto e che, spero, possano tornare utili. Non vuole essere una trattazione esaustiva, per approfondire consiglio di fare delle ricerche più accurate.


  • Respirazione diaframmatica: questo è il primo passo avanti. In tutte le scuole di arti marziali e di yoga la insegnano: bisogna respirare abbassando e alzando il diaframma, muovendo poco i muscoli intercostali e le clavicole. La respirazione diaframmatica avviene nelle parti più profonde e capaci dei polmoni che, invece, vengono lasciate inattive (con possibili ristagni di aria) nella respirazione alta. Si aumenta, così, il volume d'aria utilizzabile ad ogni inspirazione, si riduce il consumo energetico dell'attività respiratoria, aumenta l'efficienza dell'espirazione e si abbassa il baricentro. Un esercizio utile ad allenare il diaframma è la respirazione del cane (come la insegnava l'Horshumain): con la lingua fuori dalla bocca, compiere inspirazioni ed espirazioni molto rapide (tipo un cane stanco), in questo modo si usa solo il diaframma (attenzione a non prolungare troppo l'esercizio, si rischia l'iperventilazione). Il lavoro del diaframma, inoltre, pratica un benefico massaggio sugli organi sottostanti.
  • Respirazione completa: utilizza tutti i muscoli respiratori insieme, prima si abbassa il diaframma, poi si aprono le costole e, infine, si sollevano le clavicole. Ciò permette di massimizzare il volume polmonare (è infatti utilizzata da molti apneisti). L'espirazione è a carico del diaframma, che si alza a schiacciare i polmoni dal basso. Col tempo si riuscirà a compiere la serie di movimenti in maniera naturale e non frammentata.
  • Respirazione ritmica: può essere usata sia la respirazione diaframmatica che quella completa, ciò che importa è il ritmo. Si deve prendere come unità fondamentale il battito cardiaco (toccandosi il polso con le dita) e bisogna cercare di sincronizzare il respiro con un numero fisso di pulsazioni. In alcune scuole (indiane) si consiglia di usare 6 battiti per l'inspirazione, 3 per la retenzione, 6 per l'espirazione e altri 3 per l'interrespirazione (in generale l'importante è mantenere le proporzioni); altre scuole (soprattutto cinesi) raccomandano di far durare l'espirazione il doppio dell'inspirazione e di accorciare la retenzione e l'interrespirazione. Per i nostri fini è molto utile un altro tipo di respirazione ritmica, quella basata sul ritmo del movimento: ho trovato molto utile imparare ad aggiustare la mia frequenza ed intensità respiratoria sul passo della corsa. Così, in salita avrò un certo passo e ne conseguirà un certo ritmo respiratorio, in discesa sarà diverso. Per fare ciò utilizzo dei mantra, che mi invento di volta in volta, e che mi aiutano a tenere il ritmo e l'intensità costanti.
Quest'argomento è davvero enorme, c'è molto, molto più da dire. Solo una piccola nota: gli esercizi di respirazione non vanno presi alla leggera, possono permetterci di compiere azioni incredibili ma possono anche essere pericolosi se non si sà ciò che si sta facendo.

lunedì 20 luglio 2009

Specialisti

Pur restando all'interno del ristretto gruppo degli usufruitori di placenta.

Specialisti nella brachiazione:



Nell' arrampicata:



Nella corsa ad ostacoli:



Nel nuoto:



Nel salto:



Nella maratona:


Nel volo libero:




Beh, consoliamoci un poco.
Konrad Lorenz (1943) ha definito l'uomo come specialista nel non essere specializzato e proprio da questa caratteristica deriva la sua universalità. Con l'esempio di una ipotetica gara sportiva, Lorenz ha dimostrato che l'uomo può essere superiore ad ogni altro animale [in determinate circostanze, n.d.r.]. Poniamo che esso debba effettuare una corsa di cento metri, che debba poi tuffarsi in uno stagno, recuperare tre oggetti ad una profondità di cinque metri, nuotare per cento metri, afferrare una corda sulla riva opposta, arrampicarsi su questa per cinque metri e fare infine una marcia di dieci chilometri [...]. Nessun altro vertebrato sarebbe in grado di sostenere tali prove. (da Etologia Umana)
Certo nemmeno tutti gli uomini e donne che conosco ci riuscirebbero, ma questo è un altro problema..


PS: ho scelto filmati ripresi rigorosamente in natura, rappresentanti animali liberi e normali. Ritengo che i filmati di animali che interagiscono tra loro e con l'ambiente artificiale di uno zoo siano decisamente meno significativi.

martedì 7 luglio 2009

Perchè pratichiamo l'arte dello spostamento

Ecco le ragioni evolutie, psicologiche e sociali che ci spingono a fare Parkour..



Della serie: Master of the Environment versus The Noobs.. ;)

sabato 4 luglio 2009

Insegnare?

Docendo discimus

Seneca
La definizione di insegnamento implica una trasmissione formalizzata di conoscenze, mentre quella di formazione tira in ballo lo sviluppo compiuto di un individuo sia in termini di personalità che in ambito professionale. Ai fini di questo scritto l'insegnamento è considerato una mistura di questi due concetti e, quindi, utilizzo questo termine in una maniera forse impropria ma non ho voglia di addentrarmi in questioni di tipo semantico (spero mi perdonerete).

L'insegnamento è un meccanismo presente in maniera abbastanza diffusa in natura, soprattutto nei vertebrati a sangue caldo (mammiferi ed uccelli). Mamma ghepardo (Acinonyx jubatus) mostra ai cuccioli come cacciare, gli scimpanzè (genere Pan) sono in grado di insegnarsi l'un l'altro a compiere semplici azioni, certo c'è un notevole differenza tra l'apprendimento per imitazione e l'insegnamento volontario..
In Homo sapiens importanti adattamenti (come la struttura tridimensionale del cranio, la neotenia e la struttura sociale) sono stati fissati anche per prolungare il periodo di intenso apprendimento del cucciolo e un sistema didattico si è evoluto al fine di migliorare l'efficacia e l'efficienza dell'apprendimento (con ovvi benefici per la fitness del nucleo familiare).
L'insegnamento tra gli uomini, quindi, avviene continuamente in maniera più o meno volontaria. Il problema di un insegnamento per imitazione nella società mass-mediale di oggi è che i modelli facilmente fruibili (le star nei video, il protagonista di un serial, il traceur che si allena duro per sfondare nello spettacolo) sono generalmente funzione di un sistema che non è finalizzato alla crescita armonica degli individui quanto, piuttosto, alle logiche commerciali (si veda anche qui).
Ecco che, quindi, è l'insegnamento volontario, didattico e, se vogliamo, pedagogico l'unico che ci permette il trasferimento da una "generazione" all'altra di una disciplina (e più in generale di molte altre materie complesse che non sono solo una somma di nozioni) nella sua interezza, con sistemi di allenamento, valori e codici.
Quindi si, credo che il Parkour vada insegnato (come d'altra parte è stato insegnato a me). Il problema è come farlo e chi deve avere questo privilegio-responsabilità..

Ora, in sintesi, entriamo più nello specifico.
Esistono diverse modalità di insegnamento, elenco e do una breve descrizione:
  • Indoor: qui non si insegna il parkour, ma la palestra è un buon strumento per sottolineare l'importanza del condizionamento e per permettere anche ai meno pronti di studiare le tecniche base. Importante è chiarire che la palestra, da sola, può aiutare solo a creare i prerequisiti per il parkour.
  • Outdoor: all'esterno si può fare tutto, il parkour è qui. L'ideale sarebbe sfruttare questo ambiente "ostile" per rompere le barriere mentali e per applicare le tecniche in tracciati.
  • Corsi nelle scuole: iniziative lodevoli ed importanti, non tanto al fine di trasmettere la disciplina quanto, piuttosto, di aiutare i ragazzi a vivere una vita motoriamente intensa e evitare "nature deficit disorder".
  • Workshops: probabilmente il sistema migliore, consente di raggiungere un vasto numero di interessati e promuove una certa autonomia.
  • Lezioni private: mah, solo in casi particolari. Ovviamente il sistema è efficacie ma va valutato caso per caso.
Inoltre dobbiamo valutare alcune questioni. In primis il problema della certificazione: sono abbastanza convinto che un sistema di certificazione serva ad evitare che i ciarlatani si arricchiscano arrecando danni, d'altra parte ci sono alcuni tutor di parkour (soprattutto a nord delle alpi e oltre oceano) che non hanno certificazioni ma sono decisamente competenti e devoti. Per il momento l'unico sistema valido è l'ADAPT. Altra questione importante è il rapporto tutor/numero di studenti, rapporto che, per garantire un buon livello qualitativo, deve rimanere basso. A PkGen, per esempio, mantengono un rapporto di un tutor per 10-15 praticanti in palestra, rapporto che si dimezza negli allenamenti outdoor. Per ultimo (ma non per importanza) la questione soldi. Un buon sistema di pagamento dovrebbe permettere allo studente di svincolarsi dal corso in ogni momento egli decida di aver raggiunto un sufficiente livello di autonmia (il raggiungimento del quale dovrebbe essere uno dei principali obiettivi di qualsiasi corso). Inoltre il prezzo dovrebbe assestarsi per garantire vasta accessibilità ma mantenere un buon standard qualitativo.

Finirei con una lista di PRO e CONTRO i corsi e con qualche idea su come ammortizzare i contro tra parentesi.
PRO:
  • trasmissione sicura della disciplina nella sua completezza
  • obbligo di un condizionamento intenso
  • possibilità maggiori di far crescere i meno abili
  • avere una guida a disposizione dello studente
CONTRO:
  • omologazione (incoraggiare ad allenarsi anche autonomamente)
  • gli studenti si trovano davanti dei movimenti "preconfezionati" (cercare di evitare di proporre movimenti, piuttosto aspettare che gli studenti li "vedano")
  • costo (spingere perchè si raggiunga l'autonomima)
  • "effetto materasso", ovvero una certa sicurezza in palestra con pericolose conseguenze fuori (imprescindibile è un allenamento quantomeno parallelo tra palestra ed esterno)
  • allontanamento dalla situazione urbana in cui è nato il parkour (insistere sui valori corretti e studiare anche la storia della disciplina)
  • responsabilità legali (boh?!)

venerdì 5 giugno 2009

La punta di un Iceberg


Questo grafo esprime, sinteticamente, l'idea che mi sono fatto sulle relazioni tra le varie discipline-filosofie che hanno determinato le condizioni perchè si sviluppasse il Parkour. Volutamente non cito le fonti, chi ha sete si dia alla rabdomanzia (come ho fatto io).

lunedì 1 giugno 2009

Il Totem

Veniamo al dunque.. perchè squalo, ragno, elefante e gatto?
Beh, negli ultimi anni ho avuto la strana idea di riflettere sulle mie esperienze e sui miei vissuti da un punto di vista simbolico e vagamente psico analitico. Data la mia passione per i modelli socio-culturali più "primitivi" e la mia conoscenza del regno animale, ho deciso di utilizzare il concetto di totem come metafora per capire e descrivere la mia personalità. Totem è una parola di origine Ojibway (una popolazione di nativi americani del ceppo Algonchino come i Mohicani, per esempio) che rappresenta un entità naturale che riveste un particolare significato simbolico per una persona o clan. (per uno spunto sull'intreccio tra evoluzione, psicoanalisi e totem, si veda: http://www.jstor.org/pss/660103)

Mettendo insieme vecchi sogni ricorrenti (soprattutto di squali, ma anche di ragni e gatti), interessi adolescenziali (ragni), esperienze profondamente toccanti (elefanti e gatti) e una certa elaborazione simbolica (aiutandomi con libri, internet e amici competenti), sono arrivato a questi quattro. Tra l'altro ho trovato interessante il fatto che l'ordine (da sinistra a destra, ma in realtà dal basso verso l'alto) sia più o meno coerente con la scala (permettetemi questa semplificazione, e date un'occhiata qui) evolutiva degli animali (lo squalo è più primitivo dell'elefante) ed anche con la primitività dei concetti ai quali gli animali vengono accoppiati. Ecco qui uno schemino che illustra alcune delle connessioni simboliche che mi legano a queste bestie:
  • Squalo: rappresenta l'aggressività orale, le pulsioni predatorie più primordiali
  • Ragno: Anticomformismo e oppositività
  • Elefante: simboleggia la parte saggia e responsabile ma anche determinata
  • Gatto: è l'indipendenza, la curiosità e il narcisismo (nonchè un'integrazione delle figure precedenti)

Oltre ad una connessione simbolica con la mia personalità, questi animali funzionano perfettamente come riferimento nello svolgimento di particolari attività. Mi rendo perfettamente conto che pensare ad un ragno mentre arrampico non mi permette di scalare come spiderman, tuttavia negli ultimi anni, nel campo della psicologia dello sport sono stati descritti una quantità di meccanismi interessanti che possono migliorare le prestazioni (Emotions in sport, capitolo 6). Uno di questi è lo stato di flow, definito come un particolare stato psicologico in cui il soggetto è totalmente assorto nell'attività in svolgimento. Credo che il raggiungimento di tale stato, per esempio, possa essere aiutato da una disposizione interiore positiva che, per me, può essere raggiunta attraverso il pensiero simbolico. Così mi piace pensare di potermi ispirare all'uno o all'altro animale a seconda di quello che sto facendo. Quindi:
  • Squalo: combattimento e spostamento nell'acqua
  • Ragno: arrampicata e movimento in quadrupedia
  • Elefante: corsa, marcia e trasporto di gravi
  • Gatto: scatto, salto, equilibrio, furtività e ritmo

Infine ho pensato bene di dare al mio totem una rappresentazione grafica simbolica. Sono partito dall'aspetto di ciascun animale e, attraverso una serie di passaggi, ho cercato di ridurli a segni, un po' come nel passaggio da un disegno ad un pittogramma per arrivare ad un ideogramma. Alla fine mi sono trovato così soddisfatto della composizione finale (che potete vedere sotto il mio profilo) da eseguirne una su un grosso foglio bianco che ho inquadrettato e appeso sopra il letto!

domenica 8 febbraio 2009

Esplorare

L'eslporazione dell'ambiente è un'attività che, in un modo o in un altro, tutte le forme di vita praticano, infatti trovo difficile tracciare una linea che separi la percezione dall'esplorazione. I vantaggi di cui gode un vivente che esplora l'ambiente che lo circonda sono molti: individuare risorse, partner sessuali, rifugi. D'altra parte ci sono dei rischi nello spostarsi (nei casi in cui si riveli necessario ai fini dell'esplorazione), dall'incappare in un predatore al trovarsi in ambiente ostile. Così gli istinti di esplorazione e di dispersione si aggiustano nel corso della storia evolutiva di un phyla in base alle caratteristiche della specie e dell'ambiente. Nei mammiferi sembra che la principale struttura neurale che sovrintende il meccanismo dell' esplorazione di nuove aree sia il cervelletto, responsabile sia della coordinazione motoria richiesta che della produzione della motivazione.

Tutto ciò è sicuramente vero anche in H. sapiens, sebbene per l'uomo (probabilmente anche per altri animali) intervengano meccanismi motivazionali più fini. In psicologia si usa il concetto di motivazione intrinseca per designare i meccanismi motivazionali che spiegano l'attività di gioco o quella esplorativa, in sostanza quei comportamenti che non richiedono rinforzi per il loro mantenimento. Quindi un essere umano prova una spinta innata a manipolare, interagire ed esplorare l'ambiente. L' esplorazione compare nella prima infanzia nella forma locomotoria, quando il bambino muove il suo corpo per prendere le misure dello spazio, investigativa attraverso la manipolazione degli oggetti, e orientativa in occasione della modificazione dell'ambiente. La disponibilità all'esplorazione, che nel bambino si manifesta nel gioco e nella curiosità, è direttamente proporzionale alla sicurezza di base che gli consente di entrare senza troppa ansia in ambiti sconosciuti (Dizionario di Psicologia, Galimberti).

La città offre insapettate occasioni di abbandonarsi al piacere dell'esplorazione: qua e là l'urbanizzazione sregolata e i grandi capitali hanno creato isole selvagge ed inesplorate. Grandi edifici dimenticati, fabbriche fallite, ospedali abbandonati, reti fognarie, tunnel di servizio; tutti luoghi accomunati dall'estremo interesse che ricoprono come obiettivi di infiltrazioni esplorative. Negli ultimi tempi molti urbanisti hanno compreso che il comportamento umano verso lo spazio circostante è almeno in parte determinato da adattamenti filogenetici. [...] L'uomo, con molta probabilità, è soggetto a una quantità di pulsioni geneticamente determinate che riguardano il suo comportamento relativo allo spazio, e che non devono essere trascurate a lungo se non si vuole che diventino motivo di insoddisfazione. Pulsioni che risalgono al periodo in cui l'uomo viveva come cacciatore raccoglitore. (Da Etologia Umana)

Beh, non so voi, ma personalmente sono insoddisfatto! Tra motivazioni intrinseche, pulsioni arcaiche, istinti atavici e ipertrofia de cervelletto non riesco proprio a trattenermi dall'esplorare, dal curiosare e dal misurare. E quale meta più ambita di un posto dove non si suppone che uno vada a ficcare il naso (sennò, diciamolo, che esplorazione è)? Bene, ecco i presupposti all'urban exploration.